Il primo numero dell’albo quindicinale “Pantera Bionda” arrivò nelle edicole italiane nell’aprile del 1948 per iniziativa del disegnatore Enzo Magni (che si firmava Ingan) e di Gian Giacomo Dalmasso, autore dei testi. L’editore e al tempo stesso direttore responsabile della pubblicazione era Pasquale Giurleo.
L’idea dei due giovani artisti fu quella di dare al lettore una versione nostrana di Tarzan, (personaggio creato da Edgar Rice Burroughs) che trionfò a lungo nella storia fumettistica e cinematografica americana.
I due giovani autori e l’editore, come sovente avviene, erano del tutto ignari di quanto stavano per provocare.
L’uscita in edicola di Pantera Bionda esplose clamorosamente con oltre 100.000 copie di ogni singolo numero: un colpo, per tanti “giornalini” dell’epoca.
Certamente, in quel periodo, la giovane, snella, ardente e bionda pantera i cui muscoli armoniosi rivestiti di una pelle che ogni lettore non faceva fatica ad immaginare vellutata, venivano messi in particolare risalto da un minuscolo due pezzi.
Alla fine del 1949 e dopo una quarantina di numeri, gli editori concorrenti inaspriti per il rilevante calo di vendita delle loro pubblicazioni, riuscirono per “offesa al comune sentimento del pudore” a far processare l’editore-direttore Giurleo che fu incriminato, processato e condannato.
Travolto dai rigori del codice, il malcapitato venne alla fine costretto a mettere una gonna all’impudica Pantera.
Malgrado ciò, il successo di Pantera Bionda continuò ad appassionare i suoi lettori per ben altri quattro anni, ultimando la pubblicazione nel 1954 con la conclusione delle avventure.
Ma ritorniamo all’incontrastata protagonista e alla sua storia che si svolgeva nella giungla dell’isola di Borneo e nell’arcipelago della Sonda, dove questa simpaticissima bella ragazza bionda abitava nel folto della foresta insieme alla sua nutrice Fior di Loto e ad un orango ammaestrato di nome Tao.
Venerata dalle tribù del luogo come una dea, Pantera Bionda era amica degli animali del luogo e si batteva contro reparti di soldati giapponesi che al termine del secondo conflitto mondiale avevano rifiutato la resa per dedicarsi ad una sorta di guerriglia privata mettendo in atto angherie d’ogni genere ai danni della popolazione malese.
Tra una scorribanda e l’altra, nei campi militari dei giapponesi, Pantera Bionda trovava anche il tempo per battersi e contrastare i loschi affari di criminali e trafficanti che continuamente s’inoltravano nella giungla.
In questo articolo di Ritagli di un fumetto che fu, la scelta della Pantera Bionda non è soltanto per il ricordo che mi emoziona affettuosamente ma, principalmente, per un’analisi che permette a chi mi legge, di conoscere come e cosa, allettava la lettura e la fantasia dei lettori di quell’epoca. Edoardo Puglisi
![]() |