Milano: gli anni della ricostruzione

 

La ricostruzione di Milano fu realizzata in tempi da record. Nei vuoti che la pioggia di bombe aveva provocato in quel pomeriggio d'agosto del '43, colate di cemento senza alcuna pretesa estetica. Né si poteva chiedere di più all'ansia di colmare comunque l'orrore di quelle ferite aperte e lo sgomento di quei letti matrimoniali precipitati con i loro sogni, gli uni sugli altri dei piani inferiori.

Era necessario rimboccarsi le maniche e buttarsi alle spalle quella tragedia che fu la più terribile tra quelle subite dalla città durante la guerra. Necessario, anche per noi ragazzi, rinviare ad anni più maturi la riflessione su quel cielo fattosi improvvisamente buio per la presenza di sconfinati stormi di aerei e su quelle bombe cieche cariche di morte che sibilavano sinistre nello scendere sulle nostre teste per dissolverne in polvere e detriti le idee e le aspirazioni. E pensare che solo qualche minuto prima quello stesso cielo era azzurro, percorso dall'innocenza di nubi bianche gonfie di vento...

Ma i nostri quartieri e la città tutta, temprata dalla sua storia tormentata, coraggiosa e avvezza a trattenere le lacrime stringendo il proprio pensiero al giorno dopo, riuscì già negli anni ’50 a riprendersi per intero la propria fisionomia, quella che oggi conosciamo.

Rispetto ad oggi di statura magari decisamente più bassa, senza quelle inutili e velleitarie escrescenze, i grattacieli, in concorrenza tra loro per superarsi in altezza costringendo tra l’altro noi tutti, per l’adempimento delle nostre povere burocrazie, a salire ad altitudini decisamente sproporzionate non solo rispetto alla natura delle questioni, ma anche più in generale rispetto a noi stessi, alla nostra “statura” di uomini.

Come se il grado di civiltà si dovesse misurare in altezza e non semmai, nella grandezza e ampiezza dei suoi edifici, dimensioni quest’ultime più idonee a misurare il livello di umanità di una cittadinanza e il suo spirito di accoglienza. Accoglienza che è ed è stato patrimonio precipuo della nostra città che ha saputo tenere in tutti i tempi, anche in quelli più difficili le porte aperte, spalancate a tutti, persino alla peste.

E che dire degli ascensori di quei grattacieli? Entri, schiacci il numero del piano, ma quelli continuano a rimanere fermi o così crediamo. In realtà salgono alla velocità della luce. Ci affacciamo al mattino ai balconi di via Anfossi e tutto sembra come il giorno prima o come l’anno scorso, immutato: le chiome degli ippocastani del giardino della scuola elementare Morosini sono folte come ad ogni primavera inoltrata e sotto di noi una famiglia, come ogni sabato mattino, si agita attorno all’auto e riempie l’abitacolo di ogni ben di dio per il fine settimana. Ma non sarà che “altri” muovano i nostri destini e i nostri giorni a velocità sconosciuta senza che da parte nostra se ne abbia la minima percezione e tutto invece cambi (nel bene o nel male) sotto i nostri occhi che credono di vedere sempre le stesse cose…

Ma torniamo, sarà meglio, a parlare della rinascita di Milano dopo la guerra. Colate di cemento indiscriminate dettate dalle ragioni a cui abbiamo accennato ma anche viali, gambe e braccia liberate dalle macerie e piantonate con nuovi giovanissimi alberi che arrossivano nel fiorire ad ogni primavera, inconsapevoli del “prima” e quindi innocenti. Come del resto innocente era tutto quello che nasceva dopo la guerra.

Di colorito già allora pallido, Milano appariva come del resto oggi, mai completamente a fuoco, come una di quelle foto riuscite irrimediabilmente “mosse”. Chissà, forse questo suo aspetto lo deve a quel dinamismo, a quella vibrazione incessante che ha in corpo da sempre.

Le ragioni del suo pallore ma anche della sua ritrosia, probabilmente sono da addebitare, lontano nel tempo, alle sue origini di borgo isolato in mezzo al guado di quella immensa palude che era la Valle Padana. L’attesa che si prosciugasse quel suo isolamento fu lunga, infinitamente lunga e lasciò tracce indelebili nella sua formazione e personalità. La caratterizza infatti ancora, dietro a quella sua apparente disinvoltura, oggi pudore e quasi insofferenza rispetto agli sguardi dei turisti che si soffermino un po’ troppo a lungo ad osservarla. A conferma che il mettersi “in posa” non appartiene proprio al nostro carattere. La fatica e il sudore di tutti i giorni, ci fa sempre temere di non essere mai sufficientemente “in ordine”, noi che la sera sfioriamo in look la perfezione (il fruscio delle sete delle nostre donne…), quando si illumina la Scala…

Un pallore il nostro, se vogliamo dirla tutta, comunque a beneficio dei bei coloriti di cui godono generalmente i volti degli abitanti di altre regioni d’Italia, per la “buona salute” delle quali, la nostra città paga con il suo impegno, un inevitabile scotto.

Strana creatura Milano, che dietro al suo vivere in superficie, passi svelti che non lasciano traccia, è in realtà tanto interiore e insieme introversa da tenere dentro di sé, nascosti anche a se stessa, dei veri e propri paradisi terrestri (quei numerosissimi giardini delle case patrizie e non solo) oasi del pensiero, immobili in quel silenzio (riservato a pochi purtroppo) delle corti non sfiorate dal tempo e dalle vicissitudini. Regni delle rondini in primavera e del ronzio delle api che si alimentano di quella pace prima ancora del nettare degli splendidi fiori delle sue aiuole.

Milano ricca di ideali persino quando sembra parlare solo ed esclusivamente di dané. In realtà non è difficile capire, se la si vuole approfondire questa città, che non sono i soldi in quanto tali ad interessarla particolarmente, ma la loro moltiplicazione, concetto, astrazione che non prevede il riscontro di un risultato nell’immediato ma ha la sua giustificazione nel progetto e nella predizione costante nel futuro. Ma rimanere sempre sospesi nel progetto e nel futuro che ne è la dimensione, certamente stanca. Nessun sostegno mai o possibilità di appoggiare i piedi sul suolo del presente per riposare qualche istante e lasciarsi, perché no, immalinconire nella nostalgia.

Gianni Tavella

 

Gli omini del ferro e del carbone*

I camion correvano il più possibile
incontro al sorgere del sole
per prevenirne in tempo la luce.

Erano i camion
del ferro e del carbone
gli omini rannicchiati sotto i teli di sacco
ai piedi dei loro detriti.

Recintati per sempre
da un orizzonte che finiva
alle alte pareti della cassa
si lasciavano portare traballanti
i sacchi vuoti delle loro coscienze.

A quell’ora
delle aride albe di città
una donna spalancava le finestre
per liberare la notte.

Alzava gli occhi al volo
dei minuti segreti
che partivano coi primi passeri.

* dalla raccolta di Gianni Tavella “Balconi di Milano” Edizioni “Pulcino Elefante” 1980