LO SCULTORE CHE VOLA: Antonio Paradiso

Di solito s’inizia a parlare di un artista ricordandone i riconoscimenti in patria e all’estero, i premi conseguiti, gli attestati ricevuti. Di Antonio Paradiso, scultore, “arrivato un giorno a Milano e rimasto qui da quarant’anni” come tiene a precisarci, non vogliamo parlarne in questi termini. I successi non gli sono mancati, ma descrivendone il percorso creativo particolare, la sua visione dell’arte, la ricerca interiore e gli studi e interessi che travalicano l’arte e che lo hanno portato ad esprimere concetti nuovi, fuori dei canoni classici per giungere a forme di scultura, e non solo, che rimaniamo letteralmente affascinati.
Abbiamo scoperto Antonio Paradiso in via Anfossi dove all’interno di uno dei caseggiati più vecchi, in un’antica stalla o cascina, completamente ristrutturata vive e opera il “maestro”.
Lasciata la natia Lucania, arriva a Milano e a Brera, allievo, scusate se è poco, del Marini, diventa scultore. Dapprima scolpisce la pietra, in particolare quella di Trani e di Apricena dalla quale nascono diversi, interessanti lavori. Non tralascia di usare anche il bronzo la terracotta, il legno e financo il neon. E si cimenta pure nel forgiare gioielli utilizzando il materiale più nobile.
Poi si avvicina all’acciaio col quale dà forma ad una sua passione e un suo interesse del tutto particolare : il volo dei colombi.
Li studia dal 1972, li osserva, s’imprime nella mente le loro evoluzioni, è affascinato dalla forma che assume lo stormo quando queste creature vengono liberate per ritornare alla colombaia. Quei giri che compiono prima di dirigersi verso casa forniscono lo spunto e quelle sensazioni che vengono trasferite nell’acciaio dal quale “estrae” le silhouette dei volatili, ognuna diversa dall’altra, e la lastra, scavata al laser, diventa essa stessa opera fantastica, piegata in modo armonioso come un’ala che raccoglie il vento traducendosi alla fine nell’enorme “Volo” che nel cortile di casa è pronto a “volare” ad una mostra a Roma.
E il volo dei colombi si materializza anche sulla tela, sui pannelli che spiccano sulle pareti di casa e che fanno parte di un più ampio disegno che nella sua tana in Basilicata copriva una parete lunga 25 metri e alta sette. Cento e più forme che si librano, s’intrecciano, intersecano i loro voli per trasmettere anche al visitatore le sensazioni suscitate nell’artista dal balzo dei piccioni verso il cielo, la ricerca della direzione, quel senso di gioia compiuta.
Paradiso ha esposto le sue opere in diverse città d’Italia, è stato premiato in Svizzera e in Germania, ha esposto un po’ dovunque in Europa ottenendo critiche più che lusinghiere. Ora è occupato nelle ultime finiture al “suo” parco scultura la cui inaugurazione è prevista per i primi di maggio, senza trascurare la mostra di Mantova e quella che si terrà a Lecce.
La passione per la scultura non gli fa dimenticare il suo amore per il deserto, dove ha fatto la guida, venendo a conoscere, partecipando a spedizioni antropologiche, le possibili origini dell’uomo. Conoscenze che l’avrebbe poi aiutato ad integrare il campo dell’arte. Un rapporto arte-uomo-natura che Paradiso cerca di fondere riuscendoci. Una sperimentazione continua che prosegue anche oggi. Spiega Antonio che oggi gli artisti si sono globalizzati, producono in serie quello che il mercato chiede e si rammarica concludendo “Tutto questo annulla il fenomeno creativo, perché la creazione è Dio, è una cosa infinita”.
Se in corso Vittorio Emanuele vi sedete sulle panchine di pietra a fianco della galleria, ebbene, siete seduti su un’opera di Antonio Paradiso che potrebbe farvi volare. Raffigura un piccione.
Sergio Biagini
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