1950: il mercato ortofrutticolo (3° e ultima puntata)
Attorno alle 11, carichi di frutta e verdura, carretti a mano, carretti a cavallo e uomini-facchino (questi ultimi piegati in due dal peso delle cassette sulle spalle) uscivano finalmente dal mercato. Nei loro occhi però nessuna traccia liberatoria ma, a questo punto semmai, segni di evidente smarrimento che si traduceva nel grande interrogativo quotidiano: “Oggi dove si saranno cacciati questi maledetti fruttivendoli?” I fruttivendoli appunto.
Quando alle prime ore del mattino arrivavano in Porta Vittoria posteggiavano dove potevano, regolarmente in uno spazio sempre diverso rispetto a quello occupato il giorno prima. Una scacchiera, quella dei loro camioncini, ogni volta dall’ordine sconvolto e imprevedibile, di interpretazione difficilissima se non impossibile. I trasportatori con in mano la lista dei clienti ma senza la più pallida idea di dove si trovassero, cominciavano allora a chiamarli per nome e, con il passare del tempo, con voce sempre più alterata e rabbiosa.
A quest’affannosa ricerca, i fruttivendoli inspiegabilmente non collaboravano, preferendo rimanere comodamente accucciati al loro posto di guida, gambe incrociate sul volante e panino imbottito di “Bologna”, stretto fra i denti. E se qualcuno di loro si degnava di rispondere, ripetendo il proprio nome all’appello, si innescava un effetto eco per tutta Porta Vittoria che moltiplicava le chiamate (vere e di ritorno) in uno scenario sonoro surreale. “Tagliabue!” e “Maroni!”, proprio perché i meno collaborativi, erano i personaggi più “ricercati” e su loro pendeva una particolare “taglia” consistente, una volta individuati, in una serie di ingiurie irripetibili e in qualche caso in una vera e propria cazzottata.
Un gioco a “rimpiattino” anche divertente se vogliamo, se non fosse che la situazione ogni mattina si prolungava ai confini del dramma, esplodendo alla fine in una disperazione generale. Nomi urlati tra vie, case, lenzuola e bucato stesi da tempo sui balconi, battipanni delle casalinghe già all’opera, cornacchie e piccioni che si alzavano in volo spaventati, facevano qualche volta nascere in noi condomini un sospetto: che non fossimo, senza colpe e particolari peccati sulle rive dell’Acheronte e che quei “ricercatori” fossero in realtà i traghettatori di turno ai quali i dannati (fruttivendoli) si opponevano per sottrarsi alla cattura.
Un vero inferno, credeteci, e un ulteriore danno che le nostre orecchie andavano a patire con le inevitabili conseguenze, per quanto riguarda l’udito e non solo, che nel tempo avremmo pagato salato. Possiamo dire, senza alcuna retorica, che molti di noi del quartiere hanno lasciato qualcosa di se stessi sul campo (del mercato). Ma evitiamo commemorazioni.
Alla fine, come per tutte le cose, anche l’operazione consegna in qualche modo aveva fine. Trasformatisi in impressionanti piramidi di frutta e verdura, i camioncini arrancando, giravano il muso per tornare. Le cime dei carichi dondolavano come le Madonne delle processioni. Uno scherzo per noi ragazzi, appollaiati sui balconi dei primi piani, “prelevare” ad ogni nuova stagione gustose primizie.
Si diceva, nella precedente puntata, di quella donna, eretta sul suo carretto a cavallo nella mischia del mercato e della possibile destinazione del suo sguardo, sempre così “perdutamente lontano”. Un giorno, riuscendo ad eludere la sorveglianza dei “ghisa”, solitamente appostati all’ingresso, riuscimmo ad entrare nel mercato. Avremmo acquistato quella frutta un po’ troppo matura della quale i proprietari dei box non sapevano che fare e che invece le nostre madri (quelle di una volta…) avrebbero trasformato in marmellate per le nostre merende (cosa riuscivano a fare le nostre madri con quel poco che si ritrovavano tra le mani, meriterebbe un capitolo a parte).
Scorgemmo lo sgangherato carretto della signora con alle stanghe il suo improbabile cavallo, fermo davanti a uno di quei box. La vedemmo scendere dal piano inclinato del carretto con un solo balzo, virile ed elegante insieme. Le mani inguainate da raffinatissimi guanti di cuoio lavorato, caricò sul carretto una infinità di cassette di frutta, verdura per poi uscire non dall’uscita principale di via Cadore ma da una secondaria di via Friuli per imboccare successivamente viale Umbria.
Con il cavallo in corsa, i suoi capelli assumevano di nuovo la foggia della criniera di “Ronzinante” scarmigliati come se li agitasse un locale e personalissimo vento.
Alla guida di una Fiat 500 di cui disponevamo in comproprietà, la seguimmo nel suo itinerario: via Piranesi, via Ortica, fino ad arrivare in via Pitteri. Proprio in questa via e più precisamente davanti all’istituto dei Martinitt e delle Stelline, gli orfani tanto amati dai milanesi, tirò le redini di Ronzinante, che a quel comando, esagerando come al suo solito i movimenti, si impennò con gli zoccoli anteriori librati nel cielo (aveva in testa qualche monumento equestre di Milano), sottolineando questa sua performance con un nitrito potentissimo.
Allo scalpitio inconfondibile del cavallo (tra il trotto, il galoppo e il passo: uno stile sconosciuto che Ronzinante si era inventato di sana pianta) erano già usciti dall’istituto alcuni ragazzi nella tipica divisa dei Martinitt di allora, per scaricare la merce e portarla all’interno della palazzina.
Sulla cima della scalinata dell’ingresso, ad attendere la giovane donna, un giovanotto, probabilmente un istruttore, dall’aria colta e distinta e soprattutto dagli occhi visibilmente innamorati. Seguiva un lungo e tenerissimo abbraccio. Finalmente capimmo: erano quel principe Azzurro e quell’abbraccio d’amore il punto lontanissimo e imprecisabile nel quale si spegneva ogni giorno lo sguardo di quella donna (della quale ci eravamo alla fine inevitabilmente innamorati anche noi).
Ma torniamo per un solo momento al mercato e alle ultime conseguenze della sua attività. Alle 3 del pomeriggio, dal fondo delle vie, spuntavano gli spazzini. Divisa grigio-verde abbottonatissima, vere reincarnazioni dei Vittorio Emanuele III vuoi per la foggia dei berretti (la “Repubblica” non aveva ancora potuto rinnovarli) che il re notoriamente portava altissimi per “aggiustare” la sua statura, vuoi appunto per la bassa statura complessiva. Armati però di scope lunghissime che strisciavano all’unisono da un lato all’altro delle strade. Un’armonia la loro come dettata dalle note di un valzer di Strauss. Gli occhi bassi non per umiliazione ma per spazzare tutto e bene, comprese fatiche, ansie e sudori di quella mattina.
Un giorno scorgemmo uno di loro, il più piccolo e ultimo della fila, chinarsi a raccogliere un anello con incastonato un diamante enorme (mio zio orefice era con noi e non ebbe dubbi sulla natura della pietra).
Il giorno dopo, aspettammo curiosi l’arrivo degli spazzini. Li osservammo sfilare sotto il mio balcone.
Il più piccolo, l’ultimo della fila, non c’era più.
Gianni Tavella
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