A scuola si fa cultura/cultureL’esempio della Danza africana al Virgilio

Rimaniamo sul tema degli stranieri, dell’integrazione, delle diverse culture, della presenza dei bambini stranieri nelle scuole, per ricordare che nelle scuole di ogni grado sono presenti molti progetti specifici: dai corsi di italiano per migliorare la lingua, a progetti per conoscere nuove culture e identità. Nei prossimi numeri di QUATTRO contiamo di far conoscere ai nostri lettori almeno alcuni di essi, anzi chiediamo la collaborazione di insegnanti e dirigenti scolastici affinché le loro attività vengano presentate e fatte conoscere sul territorio.
Iniziamo in questo numero, parlando di una attività extracurriculare del liceo Virgilio, che ha raccolto sempre moltissime adesioni (e molto entusiasmo) da parte delle studentesse in questi ultimi anni. Si tratta del corso di Danza africana, tenuto da un docente di Educazione Fisica del liceo, il prof. Nino Raddi, cui rivolgiamo alcune domande. Perchè la danza africana nella scuola? Prima di tutto vorrei dire che  qualsiasi  danza in generale è importante nella scuola. In secondo luogo la mia esperienza di ricerca e di studio attraverso la danza mi ha portato a praticare  la danza africana come strumento di conoscenza e di liberazione dalla mia origine.Io sono nato in un villaggio a sud della Somalia da madre somala  e papà italiano.Questa esperienza di vita affettiva mi accompagna sempre nel mio viaggiare nella e per la danza. Ho voluto che questa esperienza venisse trasmessa agli studenti della scuola. Qui in Europa si considera la danza africana solo come forma d’espressione primitiva e quindi si trasmette sempre uguale ? Direi proprio di no. Quando si parla dell’Africa abbiamo sempre una visione eurocentrica. In Africa vivono tante popolazioni con culture profondamente diverse. Le trasformazioni storiche, le migrazioni e processi di acculturazione che hanno recentemente pervaso tutta l’Africa (penso alla questione del ruolo della donna, alla medicina ed alla tecnologia e alla democrazia) hanno portato ad originali fenomeni di scambio, di prestito o di sovrapposizione fra tradizione coreutica e musicale e l’altra. Del resto la danza e la musica si prestano a sincretismi e innovazioni innestate sulle tradizioni. Pensiamo al fenomeno dell’Hip-Hop. Nel recente passato il rock’n’roll e tanti altri.


Cosa cambia nella danza africana proposta in Occidente?
Bisogna sapere che i contesti sono diversi, anche i fattori fisico-spaziali come il suolo sono diversi, non è la sabbia o la terra, non all’aperto, ma si propagano al chiuso, a volte trasmessi con apparecchiature elettroniche, la ritualità è diversa. Quest’immagine che cambia ha per me una sua importanza perché dà una prospettiva diversa sull’Africa. Una mia allieva, dopo l’esperienza a scuola di danza africana, ha fatto un viaggio in Senegal e mi ha raccontato lo stupore delle persone che erano con lei quando in una festa popolare ha ballato sui ritmi locali. Questo incontro nella danza è stato percepito positivamente dagli africani, valorizzando la loro cultura. Non era solo scimmiottare la gestualità e la danza “sabar” (danza popolare senegalese) ma mettere in gioco forme di comunicazione che passano attraverso una corporeità, che forse è universale.
Come riesci a far passare la “tua” Africa agli studenti? Io mi preoccupo di far conoscere l’Africa attraverso i suoi popoli, le sue storie, i suoi canti, i suoi costumi, le sue danze. Cercare la corporeità africana per trovare la propria sorgente con il nostro corpo; non mi preoccupo di fare arte coreografica (anche se è presente un gusto estetico), ma rendere presente l’io corporeo che si riscopre nella danza. La fragilità, la ricchezza, la disponibilità, l’eleganza di questa corporeità rende la nostra esistenza in equilibrio con l’ambiente e gli altri.
Che importanza ha oggi la danza nella cultura africana? In questo momento storico penso che la danza non sia prioritaria, ci sono altri problemi più incombenti. In Occidente si dice “quando l’Africa smetterà di danzare, perderà la sua spontaneità”. L’Africa non perderà la pedagogia della danza finché le donne porteranno i loro bambini sulla schiena, finché danzeranno la sacralità della vita. Dice Samu Camara in “Memorie di un Continente”: è il canto, il richiamo, è l’omaggio al bosco sacro dove si entra senza scarpe e si lasciano le impronte sulla terra come per testimoniare la fedeltà ai rituali, allo scopo di entrare nella storia di un popolo. Insegnare e sperimentare la danza africana è per me memoria di un continente, rispetto per questa cultura legata alla corporeità. Desidero sempre ricordare ai miei allievi che questa memoria profonda, ancestrale, legata al bosco sacro, è il bosco di ciascuno di noi.

S.A