Chi trent’anni fa abitava tra porta Romana, viale Monte Nero, viale Lazio e via Papi ricorderà l’emozione con cui abbiamo prima saputo e poi vissuto la trasformazione di un vecchio cinema in un teatro. Il cinema, Ars nella memoria, si perde nei ricordi dell’infanzia come locale dal nome latino, ma di poca fama in cui si cercava un luogo riscaldato per effusioni e confidenze più che un film interessante; cinema successivamente e per pochi anni bonificato in un locale, come si diceva allora, di seconda visione: poi, improvvisamente, il miracolo, in un tempo in cui era ancora più frequente che uno storico teatro divenisse sala per proiezioni che viceversa. Un teatro vero, serio, importante da subito, anche se in una via secondaria di una zona milanesissima, ma più nota per il dormitorio dei barboni in via Colletta che per le attività culturali.
Un teatro costruito quasi con le mani da chi lo aveva
voluto in questa sala, di proprietà dell’Istituto case popolari, dopo
alcuni sopralluoghi anche altrove: Franco Parenti,
celebre interprete del
grande teatro e di indimenticate macchiette alla radio; Giovanni Testori, pittore, critico d’arte, romanziere e
drammaturgo; Dante Isella, il maggiore studioso di letteratura e teatro
milanesi; Andrée Ruth Shammah, giovane regista della scuola di Giorgio
Strehler e altri amici. Loro i soldi, loro il tempo, loro il lavoro per un
sogno: creare un teatro libero, per quanto possibile, dalle esigenze di
cassetta, oppressive per le compagnie private,
e dalle invadenze politiche, pesante vincolo per i teatri pubblici. La
nuova sala programma la sua prima stagione nel 1974 con un nome semplicemente
riferito alla via in cui ha sede: Salone Pier Lombardo, peraltro nobile nome
di intellettuale medievale. Ed è un teatro che produce spettacoli, propone
autori nuovi e rivisitazioni impegnative dei classici, benché
ancora con le poltrone di skay verde e la galleria
del vecchio cinema: una più ampia
ristrutturazione è al momento al di là delle possibili spese.
Nel 1989 la morte di Franco Parenti segna una inevitabile
svolta: Andrée Shammah assume da sola la responsabilità e la direzione del
teatro e della compagnia. Il ricordo del fondatore non si celebra nella
nostalgia: il teatro prende il suo nome e una sua immagine accoglie gli
spettatori all’ingresso di via Pier Lombardo, ma altre sono le sfide che
attendono a partire dalla difficoltà di sostituire il grande protagonista di
tanti spettacoli. Non solo the show must go on, ma si vogliono rinnovare,
ampliare, moltiplicare le iniziative. Nel 1996, per evitare un rischio di
sfratto da parte del Comune di Milano –subentrato all’ALER nella proprietà
dell’immobile– viene costituita la Fondazione Pier Lombardo, “primo
esempio in Italia di sinergia fra pubblico e privato in ambito culturale”,
come ci dice Martina Moretti, assistente di Andrée Ruth Shammah, prodiga di
dati e di informazioni e paziente alle nostre domande, durante una lunga
conversazione con lei.
Nei primi anni si pensa a una totale ristrutturazione di tutto l’ambiente, creato negli anni Trenta come “quartiere Battisti” per offrire alla zona un complesso destinato allo sport e ad attività ricreative, comprendenti la piscina Caimi, unica della città alimentata da acqua di sorgente: e proprio anche per la piscina e sugli spazi circostanti, chiusi e negati ai cittadini per nove mesi l’anno, si erano sognate attività organizzate per i bambini e gli anziani della zona. Forse i tempi non maturi e i costi certo proibitivi suggeriscono il rinvio dell’ambizioso progetto. Tuttavia subito altri spazi vengono individuati nel complesso di edifici, liberati e destinati a uffici del teatro, laboratori, sartorie e perfino a un nuovo spazio per rappresentazioni, un po’ disturbate da ingombranti pilastri, ma capaci di accogliere pubblico per due spettacoli in contemporanea. La vulcanica mente dell’animatrice di questo mondo dello spettacolo e della cultura cerca sicurezza economica –se l’aggettivo può mai trovare luogo nel mondo dello spettacolo non leggero e non sportivo- e pensa a nuove soluzioni, mentre le iniziative continuano a moltiplicarsi nella prospettiva di una presenza nella città ancora più significativa e articolata, pur rinunciando ad alcuni aspetti del progetto meno connaturali all’attività teatrale e culturale, come l’organizzazione degli spazi attorno alla piscina comunale.
Nel seminterrato trova
posto una nuova sala teatrale che prende il nome di Pirelli, al piano
rialzato il Fastweb Foyer, originale ristorante con possibilità di
collegamenti internet e libreria anche antiquaria, a sua volta sede di
incontri, conferenze, serate di poesia. E ancora, si dà vita alla articolata
organizzazione della Pier Lombardo Culture, promotrice di decine di incontri
diversi nel carattere, stile, impegno, senza
pregiudiziali ideologiche e nella convinzione che molti abbiano da insegnare
anche da posizioni lontane e tutti da imparare.
Ma l’esigenza di una riorganizzazione
funzionale dell’intero complesso e di una messa a norma di tutti gli
spazi nel rispetto delle esigenti regole obbligatorie è ormai inderogabile:
resta il problema colossale del finanziamento. Il sogno ha anche questa
dimensione ragionieristica. I fondi privati raccolti dalla Fondazione –sponsor celebri, istituzioni e singoli
cittadini- unitamente a quelli
del Comune di Milano (il Sindaco, Gabriele Albertini, ha sempre sostenuto il
progetto), consentono ora, dopo la firma della convenzione definitiva,
l’avvio dei lavori in autunno.
Durante il nostro “sopralluogo” al Pier Lombardo, abbiamo anche incontrato Andrée Shammah alla biglietteria provvisoria del teatro, su via Vasari, amareggiata delle proteste di un Comitato di via Botta e via Vasari contro alcune attività del Teatro. Le viene ancora rinfacciata addirittura la serata indimenticabile con cui nel maggio 1999 ha festeggiato il venticinquesimo anno di attività, tentando di coinvolge il quartiere che, per una sera, si addormenta un po’ più tardi per ammirare una mongolfiera nel cielo della piscina mentre, fra suggestivi effetti di luce nelle vie fatte buie, una spericolata acrobata conquista gli applausi di un pubblico inconsueto. Intanto nelle sale vecchie e nuove si discute, si ricorda, si programma, si spera, si mangia, si balla con ospiti di grande nome. C’è però, purtroppo anche vicino, chi non comprende e continua a temere i mutamenti, preferendo la polvere di sedimentate abitudini alla freschezza di stimolanti novità.
L’abitudine alla pazienza del mediare, del convincere, del trattare lasciano per un momento spazio alla passione. Si infervora la Shammah; lamenta quello che le è impedito dalla burocrazia ma anche dalla gente a cui offre il lavoro suo, della compagnia e dei collaboratori. Grida il suo sogno, che sta facendosi realtà, di offrire una grande struttura articolata in cui sia possibile giocare, pensare, mangiare, discutere, divertirsi, studiare, un grande complesso fondato sulla speranza di far convergere danaro privato su una proprietà pubblica, sottratta, fra le pochissime eccezioni, alle lottizzazioni e pressioni di parte. “Chi ama grida!” avrebbe detto incoraggiante Gerolamo Savonarola.
Ugo Basso
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