E TU DI CHE MUTANDE SEI?

Per Luiss il ’68 era un gran casino e basta.  Lui aveva cominciato a lavorare a undici anni, quelli che gli sembravano solo figliolini di papà intenti a giocare alla rivoluzione gli davano sui nervi.  Non è tuttavia necessario andare fino in Siria per venire folgorati sulla via di Damasco; così, un pomeriggio di sabato, un Luiss allora quarantenne incrociò il solito corteo non autorizzato che sbucava da Piazza S. Stefano per andare a fare a botte con la polizia che l’aspettava in via Larga: un appuntamento settimanale irrinunciabile.  Stava ancora mormorando: “Fanigottoni dell’ostia, andì a buttega” all’indirizzo dei ragazzacci barbuti in tumulto, che fu come se una voce possente gli tuonasse nella testa: “Luiss, perché mi perseguiti?”  E Luiss vide la luce.  «Ciumbia» proruppe estatico, accorgendosi che molte delle incarognite ragazze che gli stavano sfilando davanti a pugno chiuso, sotto i pantaloni non avevano le mutande.  Senza sapere come, si trovò nel corteo, gli occhi sbarrati su quei didietro di pantaloni che, senza la barriera costrittiva degli intimi, si adattavano con compiacimento sul vibrante e tenero bisticciare di due chiappe adeguatamente sode in movimento.  Il ’68, ai suoi occhi, divenne di colpo un’altra cosa.  Da quel giorno non perse più un corteo, e partecipò alle assemblee, verificando così che le ragazze della contestazione non portavano neppure il reggipetto.  Tutto ciò lo fece diventare un instancabile raccoglitore di firme, un perentorio distributore di ciclostilati e un talentuoso costruttore di striscioni.  

Ogni tanto gli toccava passare qualche ora in Questura per accertamenti, a volte con qualche presa d’aria sulla testa, per via del fatto che i poliziotti in tenuta da scontro fisico non riescono a essere persone di spirito, e a tirargli per mezze giornate panini, uova e monetine, e dopo rincarare la dose con una doccia di cubetti di porfido, alla fine si stufano e manganellano da farsi cadere le braccia.  In quelle circostanze Luiss faceva da scudo umano e alquanto pomiciante alle ragazze, beccandone sì il triplo dalle forze dell’ordine, ma consolidando fra gli studenti la sua già vasta popolarità di ex partigiano, qualifica del tutto millantata, ma nella vita mica si può sempre raccontarla giusta.  Una delle più focose e tornite rivoluzionarie, certa Maria Grazia, una viragine che tre agenti non bastavano per fermarla per intero, perse la testa e tutta quanta la restante anatomia per lui.  Ma Luiss, per quanto ingrigito e stempiato, era sempre Luiss, e, approfittando del clima di cameratismo disinibito del contesto, seppe aggiornare con le più fresche nozioni possibili le sue già enciclopediche conoscenze sulle donne.  L’unico problema, per lui, stava nel disinballaggio, visto che, in quel guazzabuglio ideologico, si finiva ogni volta con il dovere scassinare jeans che ci mancava avessero la combinazione da tanto erano ermetici e faticosi da cavare, e d’accordo che dopo non s’incontravano altri ostacoli, ma sull’essenziale si rischiava di arrivare già belli che esausti.  In ogni caso, quando Luiss diceva di essersi fatto il ’68, chi lo conosceva capiva come se lo fosse fatto.  Poi si sa come vanno le cose, le rivoluzioni finiscono, i rivoluzionari si ritrovano in pantofole e magari votano a destra, e con il tempo svaniscono le illusioni, le forze, la salute e il morale.  «Brutto morire mentre si è ancora vivi» diceva Luiss, ormai vicino all’ottantina, a chiunque lo incontrasse, e va da sé che, con queste premesse, la gente cercava di incontrarlo il meno possibile.  Ma le vie di Damasco, anche se non sono infinite come quelle del Signore, devono godere di una certa varietà.  Un giorno, infatti, Luiss, passando con il suo passo di cane depresso davanti a un rosseggiante edificio scolastico in Piazza Ascoli, si trovò nel bel mezzo di un vortice di studentesse in uscita.  Oltre al solito ombelico al vento, che eroticamente può fare il paio con l’alluce, ma, se sei al tubo del gas, come spettacolo è meglio che niente, quelle ragazze vivevano l’esistenza con la vita dei pantaloni cacciata in zona pubica, smascherando l’essenza multicolore delle proprie mutande.  Luiss, per quanto giù di corda, un mezzo “Ciumbia” arrivò a pensarlo.  Le mutande erano in modello molteplice, e si andava dalle più castigate, che a pigiarle dentro la clessidra delle lenti a contatto avanzava anche un po’ di spazio, fino a quelle consistenti in un filo interchiappale grosso quanto una stringa, e in un triangolo anteriore talmente ridotto da dubitare che sotto potesse esserci in custodia qualcosa.  Luiss stava ancora cercando di capacitarsi, quando una delle studentesse si lasciò sfuggire il cellulare sul quale stava digitando.  Con un paio di esclamazioni che a Genova i camalli che scaricano nel porto li multano per molto meno, si chinò per raccoglierlo.  

Dai jeans abbassati all’inverosimile schizzarono fuori due chiappette che, a volerle ghermire, una mano sarebbe stata uno spreco.  Luiss ebbe un fremito di disappunto, e con la memoria andò ai tempi felici in cui, a far le cose come si deve, di mani ce ne volevano dalle sei alle otto.  Fu allora che il cielo si aprì, e una voce tuonò un possente: “Luiss, e ridagli, la mucchiamo di perseguitare la grazia di Dio, per quanto esigua essa possa essere?”  Luiss, in realtà, non sentì un bel niente: era troppo intento a precipitarsi nella perfezione della beatitudine.  Infatti, con un tonfo da colpo di mortaio, a due metri da lui un vocabolario si schiantò sul marciapiedi, e la proprietaria si chinò per raccoglierne gli spampanati resti.  Si trattava di una ragazzona che metteva al bello la giornata solo a vederla, con la cinghia della borsetta a tracolla a farle da spartitette, i fianchi messi come Dio dovrebbe comandare a qualsiasi donna, l’ombelico che sfidava la burrasca di ondate di trippette anteriori ben supportate da rinforzi di rotolini laterali, questi ultimi impreziositi da una trama di smagliature che sembrava un disegno di Mirò.  Luiss, novello Saulo, fu a un pelo dallo stramazzare davvero, al cospetto come si trovò di un roseo, levigato, materico sedere attraversato da un filo interchiappale color fucsia, che gli sbocciava davanti agli occhi come un roseto.  Non ricordava più neanche perché fosse capitato in piazza Ascoli.  Guardò l’orologio per fissare il momento, e decise che ci sarebbe tornato spesso, a quell’ora: non era il tempo a mancargli.  Peccato che l’anno scolastico stava per terminare.  Mentalmente si prenotò per il successivo, salute permettendo.

Giovanni Chiara

disegni di Edoardo Puglisi