IL SESSO E’ QUESTIONE DI NASO
Non è che Luiss fosse del tutto digiuno di matematica. Fino alle quattro operazioni era sempre arrivato, magari aiutandosi con tutte le dita proprie e altrui al momento disponibili. Quando perciò asseriva d’avere avuto più donne di quante fosse riuscito a contarne, non intendeva ammettere un precipizio di analfabetismo aritmetico, ma alludere alla tumultuosità delle circostanze in cui tutto era avvenuto, visto che, a suo dire, non desiderare le donne degli altri rappresentava uno spreco di risorse e uno schiaffo alla libera concorrenza, più che un comandamento. Quanto alla statistica, era rimasto ai primordi del “Se tu mangi un pollo e io sto a guardarti, abbiamo mangiato mezzo pollo per uno”, e non s’era tenuto aggiornato sugli sviluppi della cosa. Nonostante queste premesse, tale era l’esperienza acquisita sul campo, oltre che su qualsiasi altro supporto, che la sua teoria, che potrebbe essere chiamata “Quarto teorema di Luiss” –e per amore di decenza è meglio sorvolare sui primi tre- non poteva non godere di sostanziose basi sperimentali. Tradotto dal milanese, depurato da un reggimento di improprietà linguistiche e da un plotone di potenziali pretesti per altrettante denunce per oltraggio al pudore, il quarto teorema di Luiss potrebbe avere il seguente enunciato: “Maggiore è la volumetria nasale di una donna, esponenzialmente maggiori saranno le sue potenzialità erotiche”. Ora, il tempo era il gaglioffo che era, non chiedeva il permesso a nessuno per passare e schizzare via, e in materia di primavere Luiss con angoscia vedeva avvicinarsi sempre più l’ottantesima: va da sé che con le donne le sue chances avrebbero potuto beneficiare di qualche considerazione sì e no al Pio Albergo Trivulzio, e a condizione di non andare tanto per il sottile. Però, poiché il lupo può anche cascare per intero dentro un bidone di ceretta depilatoria, ma il vizio non lo perde, una guardatina qua e là Luiss continuava a darla eccome. Al suo sguardo non erano perciò sfuggite sia le grazie ben lievitate della panettiera, sia i voluttuosi dati d’ingombro del suo naso, che ogni volta gli cavavano un sospiroso: “Se tanto mi dà tanto…” Un giorno, però, la panettiera sparì dalla circolazione.
Per circa un mese la sostituì una ragazzetta scipita, che per farle la radiografia sarebbe bastato guardarla controluce, per giunta gravata da un salice piangente di capelli sparati di tintura bionda che, vai a sapere come, finivano quotidianamente a piccoli gruppi nel sacchetto del pane. Luiss stava meditando di cambiare negozio, quando la panettiera tornò quasi del tutto, nel senso che di lei tornò una larga parte; mancava giusto il naso. Il robusto e denso di significati goderecci naso della panettiera era stato sostituito da un cosino affilato e simmetrico da sembrare finto, come ormai purtroppo se ne vedevano parecchi a insultare il panorama. Luiss tornò a casa indignato. A tavola lo raccontò alla moglie, presente la tellurica Sammy, in realtà Samantha -e che fatica far capire in giro che ci va l’h- ovvero le sette piaghe d’Egitto condensate in sette anni di nipote. Sammy accolse l’annuncio funereo della dipartita del naso della panettiera con un euforico: “Non vedo l’ora di crescere per rifarmi le tette!” Al che Luiss cercò con lo sguardo il pulsante del campanello, per avvisare il conducente che da quel pianeta lui sarebbe sceso alla prima fermata. Ma come: Dio-Padreterno, o chi per lui, ti fornisce una dotazione nasale da benedirlo ogni secondo, e tu vai a fartelo piallar via in cambio di quel gingillo che sembra che i chirurghi plastici abbiano un solo stampo e se lo passino l’un l’altro? Luiss sospirò nello sconforto. Poi cominciò ad arrovellarsi con un dubbio esistenziale e perentorio: se una che ha il naso che deve avere all’atto pratico è la fine del mondo, rifacendosi il naso perde anche le potenzialità erotiche? Non era il caso di andare a domandarlo al marito della panettiera, che del resto, volendo adottare il metro di giudizio spiccatamente lombrosiano di Luiss, aveva tutta l’aria di essere un fico molle. «Avessi qualche anno di meno verificherei di persona» pensò con uno sfrigolare di pensiero che avrebbe mandato a garrire al vento tutti i tricolori esposti lungo l’intera penisola, più le bandiere della pace, più quelle americane che s’affacciavano da qualche balcone con l’aria di domandarsi: “Io che cappero sto facendo qua fuori?” Intanto la trucibalda Sammy proclamava: “Appena cresco mi faccio anche tirare su le chiappe!” L’indomani Luiss passò diritto davanti alla panetteria, sdegnoso, e si rifugiò nel centro commerciale. «E se comprassi il pane qua?» si domandò. Fra le altre cose, il pane del centro commerciale costava meno ed era migliore. Quella mattina, poi, quasi fosse un’esca messa lì apposta per lui, non c’era neppure quel quarto di chilometro di fila che di solito l’aveva dissuaso dal solo provarci. S’avvicinò. «Il signore desidera?» gli domandò una commessa con i fianchi ben piantati, giustamente bassa di baricentro, mediterraneamente armoniosa nel proprio grembiule bianco, la cui abbottonatura guidava gli occhi dentro una bella scollatura da soppressata di prominenze anteriori. Luiss, prima di rispondere, le guardò ben benino il naso. «Lei è favorevole alla chirurgia plastica?» domandò mentre la commessa pesava i quattro panini ordinati. «Fossi scema!» rispose lei. Luiss s’illuminò come una notturna a San Siro, e portò a casa tanto di quel pane che, dopo averci riempito il freezer da faticare a chiudere lo sportello, dovettero anche regalarlo al vicinato. «Era in offerta» si giustificò con la moglie.
Giovanni Chiara
Disegno di Alina Giuliano
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