DONNE E GORGONZOLA


Era stata una legnata mica da ridere, di quelle che arrivano quando non te l’aspetti, per l’ovvio motivo che non te l’aspetti mai, e, dopo che t’è arrivata, o smetti di pensare per causa di forza maggiore, o ti metti a pensare nero. Luiss ne era uscito per il rotto della cuffia, dicendosi: “Dio, o chi per lui, a quelli che scippano le vecchiette, non vogliono bene agli animali, non guardano le donne, bevono acqua e addirittura tifano Milan: insomma, Dio a ‘sti farabutti cosa dovrebbe fare, se ha cercato di combinarla tanto grossa a me?” Dal proprio letto d’ospedale, occhieggiando il sedere delle infermiere -e ce n’era una che avrebbero dovuto metterla in rianimazione, e là sì che avrebbe fatto miracoli- aveva meditato sulla propria miserevole parabola discendente, pur senza sapere cosa fosse una parabola, anzi ritenendola un qualcosa dalla vaga estrazione evangelica. «Io, che il Black & Decker al mio confronto faceva ridere, mi sono ridotto a una vita tipo: mattina centro commerciale a fare la spesa, primo pomeriggio un po’ di pirlaggine televisiva che il canone dovrebbero pagarlo loro a me per le vaccate che fanno, poi il circolo Arci per la briscola e il bianchino, la sera ripirlaggine televisiva, la notte che io dico che soffro d’insonnia e mia moglie invece dice che russo da far fare il pendolo al lampadario. Poi ti arriva la botta, e capisci che morire non potevi morire perché eri già morto. Il tutto mica un Tizio-Caio-Sempronio qualsiasi, ma io-me, che, non per vantarmi, ma appunto il Black & Decker ci avrebbe fatto la figura del semolino di brodo di dado, al mio confronto» enunciava a se stesso. Quanto al Black & Decker, all’epoca dei primati erotici di Luiss ancora non esisteva, ma lui, quando si trattava di mettere in piazza le proprie glorie goderecce, lo tirava in ballo neanche l’avesse come sponsor, “per rendere meglio l’idea”, diceva. Con il passare dei giorni le sue meditazioni esistenziali s’erano fatte più intense, anche perché l’infermiera dalle rimarchevoli rotondità posteriori era andata in ferie, per essere sostituita da un negrone pelato e nerboruto, che ogni volta che doveva mettergli o togliergli il catetere dava la sensazione di guardargli il pisello con la pietà negli occhi. Al che Luiss, figurarsi: «Ohe, baluba, che questo capolavoro qui della natura ci ha dato dentro da scavarci il traforo del Monte Bianco, quando ancora dalle tue parti il vostro non sapevate se usarlo come esca per i piragna o per bucarci le noci di cocco!» inveiva. Perciò, una volta dimesso, dopo un periodo di convalescenza che aveva scrollato dalle radici il sistema nervoso della moglie, Luiss s’era lasciato dietro le spalle il proprio quartiere-dormitorio e, in capo a un’oretta buona di trasporto pubblico assortito, s’era trovato in emersione dalle viscere della linea 3 del metrò, in piazzale Lodi. Non ci tornava da decenni. Per l’emozione gli venne il groppo alla gola. Alla vista del campanile di San Luigi, poi, pianse del tutto, di lacrime vere. Con i lucciconi agli occhi si incamminò verso piazzale Corvetto. Negozi e negozi e negozi, ma neanche uno che gli dicesse qualcosa. Anzi. Sbirciò dentro il primo, e il secondo, e il terzo, tutti lustri, accessoriati di commesse altissime e magrissime e svestitissime, che ci sarebbe stato di che sgurarsi gli occhi, ad avere insane passioni per le acciughe. «Ossario» commentò invece Luiss con disappunto. A un tratto, però, lo sguardo ancora liquido di lacrime gli si fece maialoso, e l’umido evaporò di colpo. «Qua c’era la drogheria della…Gina, o Pina, o Lina, o…Tina? Be’, insomma, c’era il negozio di quella lì, che il reggicalze mica lo portava color carne come tutte: il marito gliene aveva comprato uno nero a Parigi…e chissà cos’era andato a fare a Parigi un ciula del genere, boh; comunque, io, con quel reggicalze…» e Luiss schioccò la lingua, come stesse ancora degustando. Un labrador, malamente trattenuto da una flessuosa fanciulla dall’ombelico esposto al pubblico ludibrio con un guinzaglietto allungabile, del tipo che tu sei a Como e il cane t’è bello che arrivato a Chiasso, sentendosi chiamato in causa dallo schioccare della lingua gli si mise davanti scodinzolando. La flessuosa fanciulla con l’ombelico in balia delle intemperie lo strattonò per tirarlo via, con il risultato che il cane rimase dove stava, e lei invece, a forza di tirare, fece raggrinzire per lo sforzo la minuscola pancia, e balenare una grata di costolette che sembravano stuzzicadenti. Luiss osservava con la disapprovazione dipinta sul viso. «’Ste ragazze di adesso che sembrano evase dal tubercolosario, quando una volta, to’, proprio qui, c’era il ferramenta, e la moglie sarà stata un po’ smortina, ma, come dice il poeta, faccia smorta con quel che segue; e insomma sapeva tutta di limatura di ferro, che intanto ti ci facevi anche la cura ricostituente» si disse, e bastò il ricordo a fargli rischioccare la lingua. Il labrador si sentì di nuovo coinvolto e raddoppiò i festeggiamenti, quasi stirando sul marciapiedi la flessuosa padrona, che per lo sforzo si mandò la mini-maglietta fino sul mento, rivelando un reggiseno che a Luiss parve l’accoppiata di due colini per il tè dei tempi in cui non usavano le bustine-filtro. «Una ragazza di adesso, ad abbracciarla come dev’essere abbracciata una ragazza, la mandi di sicuro al Gaetano Pini» sospirò. Quando una volta, to’, a due passi da lì c’era il negozio di Bruno, che staccava dalla forma un iceberg di grana o affettava la mortadella con un sorrisetto da prevosto, a prova di tutto, che faceva venire voglia di dirgli: “Padre ho molto peccato.” Però, visto che con la carta che metteva sulla bilancia ci potevi tappezzare una parete, di voglia te ne faceva venire pure un’altra, ed era quella di farlo cornuto, anche in virtù del fatto che Bruno aveva una sberla di moglie che i camionisti, incrociandola, ci inchiodavano i freni e rischiavano di volare giù dalla cabina di guida da tanto si sporgevano per gli apprezzamenti di rito. Si chiamava…Silvana, o Loredana, o…boh, chi se ne ricordava. Luiss ne conservava altre memorie, tipo il seno che le bocce di formaggio olandese al confronto sfiguravano. Notevole davvero, la Silvana, o Loredana, o come cavolo voleva chiamarsi, bella e sontuosa come un’affettatrice Berkel. Era il periodo in cui Luiss andava in giro sentenziando di avere tre grandi passioni: le donne, il gorgonzola e le donne spalmate di gorgonzola. Va da sé che a entrambe le materie prime stava provvedendo, a propria insaputa, il buon Bruno, che se solo avesse fiutato la cosa il sorrisetto gli si sarebbe ammosciato eccome. E, visto l’insieme, non è che ci volesse un grande olfatto per fiutarla.
Giovanni Chiara
Disegno di Eric De Paoli