NOE’ S’E’ PERSO L’ARCA
Si fa presto a dire diluvio. Uno dice diluvio, e gli viene in mente qualcosa della propria esperienza, e se non ha esperienze adeguatamente bagnate si attacca al luogo comune e va a scovare fra i propri ricordi magari nientemeno che il Diluvio Universale. Luiss, però, era uno che i ricordi neanche sapeva dove stessero di casa, tanto li aveva confusi, e quando doveva farsi tornare alla mente qualcosa gli toccava spremersi come un limone. Era stato un passato tutto di corsa, il suo, nel senso che lui correva avanti e moltitudini di mariti, fidanzati, padri, fratelli e femmine incarognite facevano di tutto per acchiapparlo. Per una larga parte della vita aveva avuto poco tempo per fermarsi e riflettere, ma, avercelo o non avercelo, il tempo passa lo stesso. Luiss ci si rassegnava sì e no. Le mani in saccoccia, si specchiava negli scintillii del centro commerciale ultraperiferico dove s’era ridotto a passare il tempo, con negli occhi una malinconia da piangerci. «Ma io sono quello lì?» si domandava, ovviamente in milanese, visto che l’unica parola in lingua italiana passatagli per il cranio era stata il sì di quando s’era sposato. Vedeva un vecchio quasi calvo, i pochi capelli bianchi, le guance molli del bull-dog, le labbra violacee di cattiva circolazione, la schiena curva, addirittura minuscolo, lui che non era mai stato alto, nel mezzo di tutti quei giovani smisurati che gli passavano intorno. «Io che ho fatto sollevare più sottane che la bora di Trieste» pensava. «Ai tempi che le ragazze portavano le sottane: a queste di adesso che cacchio farei sollevare, l’orlo dei jeans?» si domandava. Chiaro che i jeans si potevano anche abbassare, ma fra alzare una sottana e abbassare un paio di jeans correva una bella differenza, in mezzo c’era la poesia. Anche quei sederi che gli passavano davanti agli occhi, e che potevano stare in una mano, quando, ai tempi della sua ruggente gioventù, per ben valutare un sedere di mani ce ne volevano quattro o cinque, ovvero bisognava farlo a rate. «Le ragazze d’adesso: bella roba» si diceva con tristezza. E certo tutto aveva voglia di guardare, tranne che i sederi di quelle che erano state le ragazze di allora, e che a esserci c’erano, ma cadevano via da tutte le parti, e insomma la quantità non è tutto. Perciò via da quegli specchi, e dalla consapevolezza di essere diventato vecchio. «Vecchio chi? Diventa vecchio chi ci crede» rimuginava, sempre mani in tasca.

Allora, vai a capire perché, gli era tornato in mente il Diluvio Universale. Luiss possedeva nozioni remote e confuse delle sacre scritture. Ricordava qualche accoppiata di nomi, tipo Adamo ed Eva, Caino e Abele, Abramo e Isacco, Esaù e Giacobbe; più, visto che uno che s’è fatto passare per il tubo digerente un Mississipi di barbera mica sempre può andare per il sottile, anche Romolo e Remo, Tristano e Isotta, Alfa e Romeo. «Allora, il diluvio…» si ripeteva, uscendo dal centro commerciale e precipitando nelle brutture della iper-periferia dove viveva confinato da decenni. E si figurava una pioggia dell’ostrega, e un barcone popolato da animali in crociera, con lo skipper che si chiamava… Mosè…cioè no, quello era un altro: Noè, si chiamava Noè, c’era anche la via in Città Studi, via Enrico Noè, ci aveva abitato quella certa…Caterina, o Carolina, o insomma qualcosa che finiva in “ina”, ma che la quinta misura di reggiseno la portava stretta. E pensando a Enrico Noè e al suo barcone, gli venne voglia di rivedere lo zoo. A proposito, da quand’è che ci mancava? Fece due calcoli, e restò al punto di partenza, perché Luiss con i calcoli s’era sempre dato del “lei”, e sapeva solo che, se dopo nove mesi una non era tornato a cercarlo, la cosa non aveva avuto strascichi di un certo genere, e tutta la sua aritmetica era quella. In ogni caso, se non erano quarant’anni che ci tornava, erano trenta. Gli venne in mente Gina, l’ippopotama che stava sempre con la bocca spalancata a ramazzar biscotti, e Bombay, l’elefantessa che suonava l’organetto e l’armonica. Dovevano essere ancora vive, come no, anche se, povere bestie anche loro, in quella galera. Lo zoo si trovava in centro, e Luiss, che non andava in centro da una vita, sentì l’obbligo morale di mettersi in tiro. Si cacciò nel doppiopetto grigio ferro di quando s’erano sposati i figli, con tanto di camicia bianca con i gemelli e cravatta a pallini. Si guardò allo specchio, e rivide il giovane con il ciuffo di capelli fulvi, la sigaretta all’angolo della bocca e lo sguardo alla “se t’acchiappo ti sdereno”, che puntava sottane con la manifesta intenzione di visitarne in dettaglio il contenuto. Si piacque. I vicini che lo videro uscire pensarono che stesse andando a un funerale. Quando arrivò ai Giardini Pubblici, si mise al rimorchio di un bel sedere di atletica e tornita quarantenne che faceva jogging, e finì per trovarsi là dove ci sarebbe dovuto essere lo zoo. Che però non c’era. «O porca vacca» si disse guardandosi intorno stranito. Incrociò un tizio abbronzato e imbellettato, ma con un che di trasandato nel vestire, come usa adesso, che per sembrare elegante devi essere scambiato per uno di quelli che una volta finivano il turno all’altoforno, in Breda. Luiss, che non sapeva niente dell’italian style, lo prese per un poveretto. Il tizio abbronzato eccetera camminava nella scia di un cane che somigliava a un paracarro che avrebbe voluto farsi gli affari propri ai bordi della camionabile, e invece tutti andavano a cozzargli contro. «Mi scusi, ma gli animali dove sono?» gli domandò Luiss. Il tizio, a vederlo in doppiopetto grigio, camicia bianca con i gemelli e cravatta a pallini dovette scambiarlo per uno che chiedeva l’elemosina e prendeva le cose un po’ alla lontana. «E quello cos’è, un’ortensia?» fece indicando sprezzante il proprio cane e tirando diritto. «Oddio, un filino di somiglianza magari c’è anche» pensò Luiss. Dopodiché tornò a guardarsi intorno. Era come se Noè, dopo il diluvio, avesse aperto il proprio natante per scoprire di essere stato mariuolato dagli animali. Finché lo sguardo gli cadde sul chiosco appena sotto via Manin, preceduto da un deserto del Sahara di tavolini vuoti, meno uno dove una coppietta coniugava il verbo limonare. «Che a farlo così, davanti a tutti, che gusto ci potrà essere, e fino a dove si riuscirà ad arrivare?» si domandò con il piglio dell’esperto nel ramo. Ma, siccome il chiosco aveva tutte le caratteristiche del bar, si domandò anche un’altra cosa: «Ce l’avranno un bianchino, da ‘ste parti, o si è perso il ricordo pure di quello?» Perché, pensando che non avrebbe mai più rivisto la Gina e Bombay, più tutti gli altri animali-ergastolani dello scomparso zoo, gli era venuto il groppo in gola, e per scioglierlo gli pareva che un bianchino fosse il migliore solvente possibile.
Giovanni Chiara
Disegno di Eric De Paoli