CHI MI HA VISTO?
Fino a quel momento scemenze ne avevo fatte tante, da camparci di rendita arrivando a cent’anni, ma quella le stava superando tutte. Me ne resi conto nello stesso istante in cui allargai il collo della muta da subacqueo appena sotto la nuca, per fare uscire la bolla d’aria che altrimenti mi avrebbe impedito di immergermi. La bolla d’aria infatti uscì, e il suo posto venne preso dall’acqua fredda da svenirci del Naviglio di una mattina di Natale climaticamente tosta. Anziché starmene a casa a scartocciare regali sotto l’albero, avevo caricato sulla mia 500 l’attrezzatura subacquea, ed eccomi lì, nella Darsena di Porta Ticinese; per amore; meglio: per smaltire i devastanti sintomi di una Caporetto amorosa. La mia lei, dopo una non breve disquisizione sui molteplici difetti di cui mi riteneva depositario, mi aveva notificato un risolutivo: “E non voglio più né vederti né sentirti!”. Non so cosa avrebbe fatto un altro al mio posto. Io, con la mente terremotata dal pensiero di perdere il suo viso da angelo di Melozzo da Forlì, il suo petto sparato sull’orizzonte, le sue cosce che a pizzicarle si disarticolavano le dita, le sue gambe da troncarcisi il fiato solo a vederle, e non si potevano non vedere visto che allora usava la minigonna, il tutto assemblato intorno a un sedere che pareva uscito dalla bottega dello Stradivari, ebbene io mi ficcavo dentro il Naviglio. M’ero perciò denudato fino al costume da bagno, per dopo rivestirmi da violatore degli abissi, con la differenza che mi trovavo in mezzo a pozzanghere ghiacciate, cocci di bottiglia, lattine, sacchetti di plastica, preservativi di, diciamo così, seconda mano, e che sapevo di avere a disposizione, per immergermi, la bellezza di un metro e mezzo d’acqua che avrebbe creato problemi di credibilità anche a un puffo. Non me ne importava. Dovevo fare qualcosa di estremo per annegare i mali d’amore. L’intenzione primitiva sarebbe stata quella di dare un po’ di bracciate intorno, più qualche capriola per giustificare l’abbigliamento, diciamo una decina di minuti in totale. Mentre stavo per lasciarmi scivolare in acqua, però, m’era comparso dietro le spalle un ometto smilzo che, con accento inequivocabilmente pugliese, aveva preso a intervistarmi: «Quanti metri ci stanno là sotto? Ce ne stanno pesci là dentro? Com’è che non hai la fiocina? Sei dei carabinieri? Sei dei pompieri? Cerchi un morto annegato? Che caspita ci vai a fare là dentro se non ci hai la fiocina, non sei dei carabinieri, non sei dei pompieri e non cerchi un morto annegato?» Così, calandomi in acqua, avevo cambiato programma, e deciso che, con quello ad aspettarmi a riva, non sarei potuto uscire prima di venti minuti. Mi feci coraggio e cominciai a nuoticchiare. Azzardai anche qualche capriola, resa difficoltosa dal fatto che, quando con il naso andavo a conficcarmi in tutti i possibili putridumi del fondo, le mie gambe si trovavano ancora unite a candela, come da manuale, nel gelo dell’aria. Riemergendo, mi esibivo a beneficio del mio solitario spettatore nel numero del cetaceo, ovvero soffiavo via l’acqua dal tubo del boccaglio facendo la fontanella, come i principianti e le schiappe: da sprofondare per la vergogna, ad avere sotto abbastanza fondo per poterlo fare.

All’improvviso ho visto il mio spettatore allontanarsi con una certa velocità, ed era quello che volevo; solo che pareva si stesse portando appresso tutta la Darsena. Non se ne stava andando lui, me ne stavo andando io, scaraventato via dalla corrente in uscita. Con l’immagine del mio nome sulle pagine di nera, ho cominciato a nuotare sempre più freneticamente, con il risultato che, dandoci dentro allo spasimo, riuscivo a rimanere dove mi trovavo. Dopo un’ora ero ancora nello stesso punto, ormai tentato dall’idea di sganciare la cintura dei pesi e lasciarmi andare, con la speranza di incontrare in qualche angolo di Pianura Padana un cespuglio rivierasco con i rami protesi verso le buone azioni. Invece, vai a capire come, chiamiamolo miracolo natalizio, chiamiamola botta di fondoschiena, un bel momento ho centrato un filo d’acqua stanca, e mi sono ritrovato sempre più lontano dalla bocca del tunnel che dava sull’alzaia. Ho riguadagnato la riva come avessi il motore. Il panorama faunistico, in mia assenza, era cambiato. Il non più solitario spettatore pugliese era attorniato da una trentina di persone, e due volte tante se ne sporgevano dal parapetto di viale Gorizia. Ancora stavo issandomi che lo spettatore pugliese riprese l’intervista: «Che cosa ci hai trovato? Ne hai visti pesci? Com’è che te ne stavi sempre fermo là in mezzo?» Mi tolsi la maschera, intenzionato a rispondergli cose poco urbane. Invece presi a sbavare. Frizzavo. Ero tutto un perlage di bollicine. «Cos’è, ci stava il sapone là dentro?» domandò lui. Mentre mi liberavo delle spoglie subacquee, mi accorsi di un paio di fotoamatori a corto di ispirazione che altro non facevano che immortalarmi. Mi rivestii infilando i pantaloni sul costume bagnato, ricevendone un impacco glaciale da farmi perdere i contatti con un certo numero di parti della mia persona. A casa arrivai con la certezza che sarei morto di polmonite. Dando per certo che quello sarebbe stato il mio ultimo pasto, mi abbuffai in modo indegno e alzai anche il gomito, dopodiché, sazio e brillo, mi cacciai a letto. L’indomani non avvertivo neanche mezzo sintomo di raffreddore, perciò cercai di salvare il salvabile e la chiamai, per raccontarle la balordaggine che avevo fatto per amor suo. Sì fece negare fino all’Epifania, quando mi arresi. Sentirla non l’ho davvero più sentita, come mi aveva promesso; però, una ventina d’anni dopo, l’ho rivista. Mi ha riconosciuto lei, io un po’ non sono fisionomista e un po’ mi ci sarebbe voluta la sfera di cristallo. Aveva il triplo mento, una novantina di chili di volumetrie corporee distribuiti un po’ dappertutto, più le caviglie che le colavano sopra le scarpe. M’è anche parso che si radesse i baffi. Non ho potuto non pensare che, per avere perduto la fruizione delle sue scultoree grazie di allora, quasi m’annegavo nel Naviglio. A proposito, era il Natale 1971: chi mi ha visto?
Giovanni Chiara
Disegno di Eric De Paoli