Quando gli assegni nascevano in via Sciesa
Continua il viaggio di QUATTRO alla ricerca delle aziende che hanno operato nella zona: la ricerca questa volta ci porta in via Sciesa al 4, dove prima dello IED aveva la sua sede la Calcografia Carte e Valori. L’attività che si svolgeva in questo edificio dal 1918 era infatti la produzione di azioni, assegni, titoli, obbligazioni che erano commissionati da banche, enti, industrie, società o altre istituzioni, e la stampa dei biglietti delle Lotterie, tra le quali quella di Tripoli, della quale su internet abbiamo trovato un esemplare. L’industria, fondata nel 1887 con il nome di Officine grafiche Coen & C, aveva poi cambiato denominazione in Calcografia Carte e Valori con il Fascismo, essendo i Coen ebrei; questo il motivo anche per il cambio di cognome in Giori (ramo materno della famiglia) e in Sacerdoti.
L’attività dell’azienda prosegue fino al 1986 quando si trasferisce a San Donato e dopo alcuni anni definitivamente si scioglie, dopo essere anche passata per un certo periodo sotto il controllo di Bruno Tassan Din e Angelo Rizzoli, che la acquistarono prima di essere travolti dallo scandalo P2.

Per farci raccontare un po’ di storia della Calcografia Carte e Valori incontriamo in redazione Mario Luigi Tresoldi per 37 anni alle dipendenze dell’azienda.
“Ho lavorato alla Coen come responsabile del reparto galvanica dal 1957 al 1994, quando l’azienda si era già trasferita a San Donato. Poi la Coen viene chiusa definitivamente e le maestranze, poche per la verità, vengono assunte da una ditta operante nel settore e situata nei dintorni di Milano”.
Prima di tutto: che cosa si stampava alla Coen?
“Si facevano carte valori e per questo s’intendono assegni e titoli, non quelli di Stato che venivano stampati dal Poligrafico a Roma, obbligazioni e valori per le grandi banche o per le industrie come Pirelli o altre società”.
Un’attività sempre in crescita al punto che nel 1937 viene ampliato l’edificio verso l’interno con le caratteristiche architettoniche che ancora oggi si possono vedere “sbirciando” dal portone.

Quale era la disposizione dei reparti all’interno?
“L’ampliamento del 1937 riguardò il nuovo reparto valori, ma all’interno avevamo il magazzino e il caveau al piano inferiore, al primo piano avveniva la fabbricazione e la confezione di carta moneta, nel senso di assegni normali o circolari e titoli. Negli altri piani erano disposte le altre lavorazioni e la preparazione dei valori”.
Ci risulta però che sia stata stampata anche carta moneta.
“Sì, nel periodo del Ventennio alla Coen vennero stampate le banconote per la Spagna.”
Con il famoso episodio della lastra che non si trovava più e che costrinse il personale a restare in azienda fino al suo ritrovamento.
“Sì ne ho sentito parlare perché è un episodio di rilevanza. Non ero presente, ovviamente, ma è un racconto che era spesso ricordato in fabbrica. Bisogna considerare che quando si procedeva alla stampa dei valori, oltre al personale specifico c’erano i carabinieri che controllavano quando si ritiravano e riportavano nel caveau le lastre per la lavorazione, soprattutto quando si trattava di banconote estere”.
Questo perché nulla uscisse dall’azienda e causasse danni, anche se, ci racconta Mario, nel 1975 qualcuno falsificò un assegno della Popolare di Novara che presentato all’incasso fu pagato: sette milioni. Una cifra rilevante ai tempi.

Com’era strutturato il lavoro e quanti erano gli addetti impegnati?
“Si faceva tutto all’interno: dal bozzetto al prodotto finito e nulla era fatto all’esterno. Disegnatori, fotografi, stampatori, reparto confezione: tutto nello stesso edificio. In totale ai tempi d’oro c’erano 220 addetti: questo fino al 1970. Poi piano piano sono calati, ma mai al disotto di 170.
Turni di lavoro. Più uomini o donne?
“Il lavoro era solo diurno. Difficilmente si lavorava anche di notte, poche volte e solo quando si stampavano i soldi per la Spagna, nel qual caso c’era un ciclo produttivo continuo. I turni erano di 8 ore, con rari casi di straordinari. Si iniziava alle 8 di mattina con un’ora di intervallo per la mensa interna situata all’ultimo piano e gestita da due signore. La maggioranza erano donne quasi tutte al reparto carte valori, mentre nella preparazione il 90% erano uomini specialmente alle macchine. Il lavoro delle donne, meno qualificato, consisteva nel controllare che non ci fossero imperfezioni nelle risme di carta e che la sequenza numerica degli assegni o di quanto andava numerato fosse esatta. Il nostro era un tipo di lavoro altamente specializzato. Oggi tutto è meccanizzato; ai tempi si effettuavano controlli minuziosi per togliere le impurità che altrimenti sarebbero state stampate. Il processo lavorativo era abbastanza lungo, dal momento del bozzetto alla stampa finale. Con il tempo furono introdotte tecnologie nuove per velocizzare il lavoro. Utilizzavamo macchine Lambert a due lastre e una due lastre e una quattro lastre Giori prodotta in Svizzera da un altro ramo della famiglia specializzata nella produzione di macchine da stampa con sede a Losanna”.
Impiegati e operai.
“Come ho detto siamo arrivati a 220 fra operai e impiegati, una ventina; c’era un direttore di stabilimento, molto più interessato alla pesca. Sacerdoti supervisionava e organizzava il lavoro nei vari reparti che era gestito dai responsabili. Non si cambiava mansione facilmente: si arrivava in un posto e si finiva in quello. Pochi sapevano fare tutto e l’unico episodio di carriera che conosco è quello di un disegnatore diventato direttore di fabbrica”.
Condizioni di lavoro, lato economico e clima.
“Clima…. era tutto abbastanza naif. Non si pensava molto alla salute, non era molto considerata. Di problemi non ce ne sono mai stati di grossi, ma bisogna considerare che la trielina era il solvente maggiormente utilizzato alle macchine e si parla di ettolitri. I fumi c’erano, soprattutto a bordo vasca anche perché l’aspirazione era posta troppo in alto con la conseguenza che l’operaio finiva per respirare i fumi prima che fossero espulsi. Sulle macchine c’era più prevenzione. Il problema del piombo era molto basso e riguardava solo la tipografia. A livello economico, rispetto alla media, come addetti alla carta valori avevamo un 7% in più sullo stipendio. Non avevamo altro se non gli scatti che da ultimo furono azzerati. Avevamo quattro settimane di ferie, ma non sempre si facevano tutte”.
Mario Tresoldi, così come la madre e lo zio hanno fatto parte della storia della Coen che s’intreccia inevitabilmente con quella della via Sciesa con i personaggi e i luoghi che Tresoldi, che viveva al numero 1, ha conosciuto. Ecco quindi riaffiorare la vecchia balera “La Fiorentina”, il cinema XXII Marzo e gli avventori del bar Giorgio con in testa il Roscio, Nino el drughè, chiamato così perché lavorava in una ditta di caffé in via Boncompagni e morto soffocato da una fetta di fegato crudo, o il “ballerino” appassionato di danza, e poi il Renato “Il bello”.
Luoghi e persone e anche negozi ormai chiusi come quello del vetraio Romeo in via Bezzecca, la signora che gestiva la macelleria nella stessa via o il ristorante Il picchio, il salumiere all’angolo o il barbiere: un’onda di testimonianze che il registratore raccoglie e delle quali facciamo partecipi i nostri lettori.
Sergio Biagini
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