Testimonianze del Tecnomasio Italiano Brown Boveri,
per decenni importante presenza industriale in zona 4
C’è qualcosa, nel nome di una fermata della linea 3 della metropolitana milanese, a cui probabilmente non pensano le migliaia di passeggeri che ogni giorno entrano ed escono dalla stazione immersi nei propri pensieri. La fermata è quella di Lodi Tibb, e quel “qualcosa” è un pezzo importante della ricca storia industriale ed economica di Milano. La sigla Tibb infatti significa Tecnomasio Italiano Brown Boveri, una grande azienda che proprio su piazzale Lodi, all’angolo con viale Umbria, ha avuto per vari decenni i propri uffici e stabilimenti.
La sede era in un palazzo che risale nelle parti originali agli inizi del secolo scorso, ampliato nei decenni successivi proprio per accomodare una grande realtà industriale in continua espansione. «Si produceva di tutto, per clienti importanti come Fiat e Breda», ricorda Silvio Roberti, cremonese e dipendente della società per oltre trent’anni, dal 1959 al 1992. «Si realizzavano motori elettrici per l’industria, alternatori, turboalternatori e trasformatori, apparecchiature per la distribuzione dell’energia elettrica, quadri elettrici, motori marini. Tranne le carrozzerie per auto, insomma, facevamo davvero tutto».

Roberti era inizialmente arrivato in Tibb per fare parte dell’ufficio tecnico, data la sua formazione di perito industriale.
Si occupava della produzione di turboalternatori per la produzione di energia elettrica destinata alle grandi centrali elettriche. Negli anni successivi sarebbe poi passato all’ufficio commerciale, con mansioni più legate alla vendita e commercializzazione dei prodotti.
Dal punto di vista delle tecnologie di produzione, spiega Roberti, Tibb era un’azienda decisamente all’avanguardia, «grazie soprattutto al forte legame con la casa madre svizzera, una realtà di primissimo piano a livello internazionale. La divisione italiana aveva aggiunto al nome questa parola, “Tecnomasio”, che letteralmente significa “palestra del disegno”: una testimonianza della sua origine di azienda di progettazione, ma anche un segnale di quanto fossero importanti gli aspetti della ricerca e dell’innovazione nella cultura della ditta». Gli stabilimenti Tibb, oltre a piazzale Lodi, avevano sede sempre a Milano in via de Castiglia, e fuori città a Vittuone e Vado Ligure.
I capannoni di piazzale Lodi sarebbero stati dismessi negli anni ’80, quando l’affollamento e la congestione rendevano Milano ormai inadatta a ospitare nell’area adiacente al centro una realtà produttiva di quelle dimensioni. Allora, in seguito alla chiusura degli impianti produttivi, nella sede, in cui Roberti continuò a lavorare ancora per un decennio nelle sue nuove mansioni commerciali, rimasero solo gli uffici. «Prima che chiudessero, eravamo circa 400 impiegati e un migliaio abbondante di operai», racconta Roberti.
Una dimensione tale, aggiunge l’ex dipendente, da richiedere un’infermeria appositamente predisposta per la cura dei dipendenti: «Ufficialmente era stata predisposta unicamente per trattare con prontezza gli infortuni, che certo ogni tanto capitavano, anche se non erano quasi mai seri. Sembra paradossale, ma allora si faceva una prevenzione che per certi aspetti oggi potremmo invidiare. Ma grazie all’amabilità del dottor Pasotti, il medico di Rogoredo che la presidiava, l’infermeria per noi era molto di più di un semplice pronto intervento, era un punto di riferimento per tutte le questioni di salute fisica e psicologica. Il dottore era una vera e propria figura paterna per i giovani operai: dava consigli e pareri, ascoltava. Quando c’era un problema, anche non legato necessariamente all’infortunistica sul lavoro, potevi rivolgerti a lui con la certezza che ti avrebbe ascoltato».

Premure del dottor Pasotti a parte, tra un turno e l’altro si trovava il modo di ritagliare altri momenti di contatto e di incontro, osserva sorridendo Silvio Roberti: «Lo stabilimento era una specie di agenzia matrimoniale, visto che la maggior parte del tempo la si passava lì. Certo non nelle ore lavorative, ma durante la pausa pranzo, che durava ben due ore. Ci ritrovavamo nei bar piccoli e grandi di corso Lodi. Il Bar Italia era sempre pieno, così io andavo spesso con altri al Bar Messico. Allora, finalmente liberi e lontano dal controllo dei superiori, ci si poteva rilassare, e il “tu” prendeva il posto del “lei”. Gli uomini giocavano a carte da una parte del bar, le donne stavano a chiacchierare dall’altra parte. Il loro angolo lo chiamavano scherzando “la zona delle mondine”. C’erano sempre facce nuove, allora la popolazione era molto giovane e c’era sempre lavoro disponibile per i nuovi arrivati. Si mangiava, si scherzava e ogni tanto partivano le occhiate, le battutine. Si attaccava bottone così».
Anche lui è fra coloro che sul lavoro ha incontrato la futura moglie: Gianfranca Zuccollo, milanese doc. La signora lavorava nel centro meccanografico, «quello che oggi chiameremmo Ced, centro di elaborazione dei dati», precisa lei, «dove mi occupavo della manutenzione delle schede perforate. Avevamo installato negli stabilimenti i primi impianti di aria condizionata dell’epoca, perché le schede avevano bisogno del fresco per mantenersi. Ma non pensate che avessero niente in comune con gli impianti di aria condizionata che conosciamo oggi: l’aria fredda usciva da un oblò aperto sul soffitto e puntato dritto verso il basso, non si potevano regolare bene né la temperatura né la forza del getto. Ne usciva un tale soffio d’aria gelida che persino in piena estate, mentre tutto intorno a noi imperversava un caldo torrido, al momento di portarci in quel punto degli impianti dovevamo indossare un cappotto invernale e un cappello in testa per resistere sotto quel getto».
Entrata in azienda anche lei nel 1959, per una quindicina d’anni abbondante la signora Zuccollo lavorò tra quegli stanzoni riempiti da ingombranti cervelloni elettronici, in cui, aggiunge quasi sottovoce, «si sentivano colleghe raccontare situazioni che con un linguaggio più attuale potremmo definire di stalking, in quelle lunghe corsie in mezzo agli enormi scaffali». Nel 1975 decise di lasciare l’impiego, «dopo tre anni da mamma e impiegata, per dedicarmi interamente alla famiglia e stare più tempo con i figli».
Anche lei ha ricordi nitidi dei suoi anni in Tibb: «Fra noi lavoratori c’era una certa familiarità», racconta. «C’erano diversi colleghi che venivano da fuori Milano, ognuno da un paese diverso dell’hinterland o anche più lontano. Con il tempo, si affermò l’abitudine di invitarci l’un l’altro alle rispettive feste paesane, anche perché gli orari di lavoro erano tali che la maggior parte delle amicizie erano legate a quell’ambiente. Non c’erano molte possibilità di socializzazione al di fuori. Così ogni tanto qualcuno invitava tutti alla sagra del suo paese, la domenica. Ci si metteva d’accordo per prendere tutti insieme l’autobus, ci si trovava alla fermata e si partiva. Altri colleghi si aggiungevano lungo il tragitto».
Sulle questioni prettamente lavorative, il rapporto era buono, aggiunge la signora, precisando però che nei momenti di tensione sindacale il clima, com’è ovvio, ne risentiva: «In generale si andava tutti d’accordo, l’aria tendeva ad avvelenarsi solo nei momenti di trattativa serrata per i rinnovi contrattuali. Allora c’erano battaglie sindacali piuttosto serrate e i cosiddetti “crumiri” non erano visti certo di buon occhio. Ricordo che quando si scioperava gruppi di operai passavano negli uffici per portare tutti fuori, senza violenza naturalmente, ma con molta decisione».
Momenti particolari, eccezioni rispetto a una quotidianità dove la regola era, ci tiene a sottolineare, una sobria normalità. «Si lavorava duramente, a ritmi serrati», conferma Roberti, «anche perché allora c’era la figura del capo-ufficio, una sorta di guardiano sempre presente e decisamente ligio al proprio dovere di controllo». Sebbene, chiarisce poi, «nei momenti difficili si creava una certa coesione. Certo, all’inizio erano gli operai a spronare l’intera azienda sulle battaglie per i diritti dei lavoratori, ma poi si univano regolarmente alla lotta gli impiegati, e alla fine, magari un po’ timidamente, seguiva anche lo stesso capo-ufficio».
Il lavoro, ci tiene a precisare Roberti, non era impossibile, ma regolato con una notevole rigidità a partire dagli orari. E il servizio di sorveglianza aveva persino la facoltà di entrare nei servizi igienici. La settimana lavorativa, aggiunge l’ex dipendente, era intensa, comprendendo anche parte del fine settimana: «Il sabato si lavorava a orario pieno, anche se poi spesso si saltava la pausa pranzo contrattuale per poter uscire alle 16. E non avevano la possibilità di tenere alcun tipo di comunicazione con l’esterno, dal luogo di lavoro». Quando pensa che oggi si discute dell’uso (e dell’abuso) di internet e della posta elettronica da parte dei dipendenti delle aziende e della perdita di tempo che questo comporta, Roberti sorride: «Noi invece non avevamo nemmeno linee telefoniche esterne a disposizione. I telefoni erano solo per comunicazioni interne. Gli straordinari ci venivano pagati, ma alla fine della giornata eravamo così stremati da non poterne più».
Secondo la cultura dell’epoca, l’ambiente di lavoro era piuttosto formale, soprattutto per ciò che riguardava il rispetto dei rispettivi ruoli. «Operai e impiegati mangiavano separatamente, non c’era praticamente alcuna interazione fra di noi. Quando non andavamo al bar, ci si incrociava alla mensa Pellegrini, in via Sannio. Diciamo che si trattava di un’azienda sobria, mai invadente, e sicuramente non molto incline alle iniziative sociali, quelle che vanno molto di moda oggi. Anche perché i molti pendolari che arrivavano da fuori città non avrebbero avuto tempo per fermarsi, al fischio della sirena dovevano correre per prendere il treno. Dalla vicina stazione di Porta Romana tornavano a Lodi, Casalpusterlengo, Melegnano». L’assenza di attività ricreative non sembrava comunque un problema: «Nel complesso, mi sento di dire che le cose andavano bene così. Era una realtà severa, ma giusta. Di quelle di cui oggi, a giudicare da quanto sento e vedo, si sente forse un po’ la mancanza».
Francesco Segoni
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