Nome e cognome: Wilma De Angelis

 

 

Nome cognome e professione
“Wilma De Angelis, cantante, ex cantante ed ex cuciniera, faccia lei.”

Inizia così l’incontro con una delle interpreti della canzone italiana degli anni ‘50/60, che ancora oggi quando sale sul palcoscenico è accolta dagli applausi dei fans con i capelli spruzzati di bianco, ma anche quelli dei più giovani che ne scoprono la voce quando interpreta i successi che l’hanno resa nota al pubblico.

Wilma ci accoglie nella sua casa di corso Lodi e, davanti ad una tazza di caffé, il registratore inizia a raccogliere ricordi, pensieri, avvenimenti di una vita passata davanti ad un microfono prima e davanti ai fornelli poi, e sempre con grande successo.

Pubblico di ieri e pubblico di oggi
“Il pubblico è sempre il pubblico. Con il pubblico di ieri non avevo problemi, mi muovevo sul velluto, era scontato, eri giovane, il pubblico rispondeva bene. Quello di oggi mi meraviglia sempre molto; è passato tempo tanto e pensavo potevano avermi dimenticato invece quando faccio le serate mi emozionano ancora. Devo molto anche ad un mezzo come il pc che mi ha aperto nuovi orizzonti, nuovi ammiratori. Ammiratori che hanno ricostruito la mia discografia, ritrovato vecchi filmati e con i quali ho una corrispondenza attivissima. Anche i giovani mi stupiscono, quando vado a fare le serate mi seguono e mi conoscono per la cucina che ho fatto per 18 anni. Il pubblico ieri o oggi non è cambiato: è sempre una grossa, piacevole sorpresa”.

Cantanti di ieri e di oggi, chi vince?
“Vincono tutti. I cantanti sono bravi oggi come ieri. Quelli di oggi hanno dei grossi numeri. Sono quasi tutti conoscitori della musica, cosa che a noi non era richiesto. Le ragazze hanno voci meravigliose anche se a volte fai fatica a distinguere una dall’altra. Hanno delle voci, che ridendo dico essere merito della Nutella, con delle estensioni che noi non avevamo. Vanno su e cantano ma essendo tante non hanno la possibilità di incidere nel ricordo e nel pensiero del pubblico e farsi riconoscere. Altro miracolo dei giovani di oggi, che noi non avevamo, è il mezzo televisivo e gli spazi come Xfactor o Amici: escono a valanga ma poi si perdono nel nulla. Potremmo dire sono un prodotto di consumo; grossi talenti che faticano a farsi conoscere. Come ne esce uno nuovo, quello precedente viene messo in secondo piano. Sono bravissimi ma non è stato insegnato loro di crearsi uno stile proprio. O cantano alla stessa maniera o imitano qualcuno. Se accendi la radio non li riconosci subito come ai miei tempi quando ognuno aveva quel timbro che lo faceva riconoscere alle prime note”.

Cosa scatta in scena: emozione, paure?
“Tutte due le cose, non le perdi mai, forse peggiora col tempo. Da giovane eri supportato da una grossa dose di incoscienza come se tutto fosse dovuto. Poi passa il tempo e affrontare il palcoscenico ti fa sempre tremare le gambe e hai paura che non esca la voce”.

Meglio platea o studio?
“Due cose completamente diverse, la platea è il massimo, la tv è una magia. La platea, con la gente: tu comunichi e quello che dai ti viene restituito se riesci ad attirare calore, attenzione, è il massimo. Tutti seduti e tu sei al centro, senti la magia, non li vedi ma li senti, cerchi gli sguardi di quelli in prima fila”.

La canzone più cara e quella che non avrebbe voluto cantare
“La più cara è “Nessuno” un brano del mio primo Sanremo con Betty Curtis che mi porto appresso da 50 anni: un brano che mi identifica e mi emoziona dopo 10 mila volte: bellissima e ad essa devo moltissimo. Una canzone non avrei mai cantato, e poi mi sono dovuta ricredere, è stata Patatina che ho contestato a Sanremo, ma allora non potevi discutere, che ho cercato di interpretare in modo personale: non entrò in finale. La canto perché mi diverte: ne ho fatte dieci edizioni e ho scoperto che in molti asili la cantano ai bambini.”

Successi in Italia e all’estero
“Negli anni ’60 si andava in tournée per cantare agli italiani. In Brasile, Canada, America, Svizzera, Germania il contatto era solo con gli italiani, quelli con i locali erano molto limitati. Al Luna park di Buenos Aires era esaurito tutto le sere, ma solo italiani. Le esibizioni in Italia mi hanno dato tante soddisfazioni e grandi riscontri”.

Un fiasco?
“Tocco legno, mai. Qualche volta non ce l’ho fatta perché arrivavo senza voce. I quattro gatti in sala decine di volte. Più che fiaschi li considero incidenti”.

La professione e la famiglia possono stare insieme?
“Se decidi di cantare e fare una famiglia una delle due ci lascia le penne. Se lavori a tempo pieno per trent’anni non puoi conciliare le due cose. È stata una scelta mia: ho rinunciato per il lavoro che era importante, forse adesso me ne pento, forse no, è un incognita, forse sono stata egoista pensando solo a me o forse no. Mi sono chiesta: Cosa faccio? una famiglia e poi la lascio e lascio i figli in mano alla babysitter? No, ho optato per la musica”.

Dopo il canto, la tavola
“La tavola e il canto sono due cose completamente diverse: se faccio una scelta metto il canto in primo piano. La tavola è un bellissimo episodio durato 18 anni. È stata una esigenza e una necessità. Come tutti quella della mia generazione eravamo tagliati fuori e considerati da buttare. In quel periodo conobbi Paolo Limiti che mi propose questa cosa. È stato un amore-odio. La cucina mi ha dato tantissimo, a quarant’anni mi sono riciclata e ho riavuto quello che non avrei mai pensato di avere a livello di immagine, popolarità e dal punto di vista economico. Ci sarebbe voluto nulla per buttarmi in un’avventura come aprire un ristorante, invece ancora Paolo Limiti mi riportò in tv con una trasmissione che anziché durare una settimana proseguì per sei anni. A quel punto la canzone prevaricò sulla pentola e tornai al mio amore”.

Wilma De Angelis oggi?
“Sono avanti con gli anni: è una realtà alla quale non puoi sfuggire, vivo alla giornata, raccolgo quello che mi propongono”.

Milano cosa le ha dato, quale rapporto ha?
“Milano mi ha coinvolto tramite il maestro D’Anzi quando volle che cantassi in milanese. Questo mi ha coinvolto a tal punto che nel 1976 a Radio Meneghina avevo un programma di canzoni in dialetto ed eravamo impegnati a non far morire quel poco o niente che era rimasto di Milano. In seguito Tullio Barbato mi chiese di partecipare al carnevale meneghino e lì iniziò la mia avventura come Cecca, la maschera di Milano che ho interpretato per 8 anni, prima con Gianni Magni, poi con Nino Rossi, grande interprete della canzone milanese.”

La zona 4 e Wilma
“Il mio rapporto con la zona è bellissimo. Sono nata in via Brembo, vissuto in via Friuli al 45, al 106, al 110, poi in piazza Bonomelli e infine qui in corso Lodi. Ho visto modificarsi il corso con i negozi che cambiano e gli stranieri che stanno sostituendosi ai milanesi: un cambiamento profondo. Ma in tutto questo in via Scrivia c’è il mio macellaio, il mio ortolano e il mio panettiere è in piazzetta san Luigi: un angolo ancora incontaminato. Non andrei da nessuna parte, sono troppo affezionata direi innamorata della zona 4. Mi piace uscire e sentirmi dire “ciao Wilma” e sinceramente la considero un po’ mia”.

Grazie della chiacchierata: ciao “Patatina”. Sergio Biagini