Quattro generazioni di artigiani del vetro
Cattedrale di Abidjan e La Mecca.Due luoghi di culto diversi accomunati da un fattore: le vetrate al loro interno sono partite da via Piranesi 39. Qui hanno sede le Vetrerie Grassi dove si progettano e realizzano questi manufatti frutto di un paziente lavoro, che partendo da tanti piccoli pezzi di vetro si trasformano in scene di caccia piuttosto che in navi dalle vele spiegate o visi di santi, o ancora disegni astratti. Veri e propri capolavori in vetro realizzati da artigiani, come artigiano si definisce Alessandro Grassi che prosegue nel tempo la passione per l’arte vetraria del nonno e del padre.
La storia delle Vetrerie Grassi è giunta alla quarta generazione ed è iniziata da quando il nonno, Alessandro anche lui, emigrò in Francia, a Chartres, impiegato in una ditta che gestiva la manutenzione delle vetrate della cattedrale, lì recepì e imparò le tecniche sia antiche che moderne. “Bisogna pensare che alla fine dell’Ottocento in Italia non c’era più la tecnica del vetro soffiato; le vetrate erano solo dei vetri dipinti. Le vetrate erano scomparse con la rivoluzione francese e con le guerre religiose inglesi”. Alla fine dell’800 si assiste ad un periodo di decadimento, ma il capostipite dei Grassi riuscì nell’intento di tramandare quest’arte e trasmettere la stessa passione al figlio Olindo che nel ‘46 riprende l’attività passando il testimone e l’interesse ad Alessandro.
Una passione che ha contagiato anche sua figlia ed i suoi nipoti che, seppure giovani, dimostrano già una propensione per questa professione.
Come considera l’arte vetraria?
“Un’arte applicata, dove la fantasia dell’artista e l’operatività e la manualità del vetraio si uniscono per creare insieme un’opera. Che spesso è anche espressione d’arte quando alle spalle ci sono personaggi come Niemeyer, Sottsass o Caccia Dominioni, per fare dei nomi che hanno trovato nella nostra bottega ospitalità per realizzare un’idea”.
Quindi vi considerate artigiani allo stato puro.
“Questo è artigianato, dove il lavoro della mente, delle mani e del cuore viene messo veramente in rilievo. Non abbiamo macchine per creare, ma solo le nostre mani”.
A questo punto il lettore si chiederà come viene realizzata una vetrata. Ce lo illustra “mastro” Alessandro, mentre ci accompagna nella visita al suo atelier. “Il lavoro si basa sulle tecniche antiche, quelle che risalgono al 1200, e si può considerare questa produzione artistico-artigianale. Si parte da un’idea, si realizza un bozzetto a colori in scala, si fa poi un lucido a grandezza naturale dal quale si ricalca un cartone dove ogni tessera che compone la vetrata è numerata; dal cartone tagliato si ricavano le dime con le quali incidendo il vetro si ricavano i pezzi da montare. Ogni “tessera”, messa nel posto giusto segnato sul lucido, è unita alla vicina da un profilo di piombo a forma di rotaia e, una volta avuta l’approvazione finale o fatte successive modifiche, le giunture sono fissate con lo stagno. La vetrata è pronta per essere intelaiata e soprattutto ammirata nella sua bellezza e completezza.
Oggi si fanno esperimenti con collanti, vetrofusioni, cotture, ma la tecnica antica, il connubio vetro e piombo rimane il solo modo perché una vetrata possa resistere all’assalto del tempo, come dimostrano quelle che sono arrivate fino ai giorni nostri integre. “Il piombo e il vetro sono due elementi imprescindibili tra loro” – le parole di Alessandro.
La nostra curiosità ci porta a fare tante domande, ad esempio sullo spessore del vetro che varia secondo la tecnica con la quale è ottenuto o le sfumature che può assumere durante la sua realizzazione. Il più prezioso e artisticamente insuperabile è il vetro soffiato a bocca che può avere uno spessore da 2 a 5 millimetri; è ricavato da cilindri di vetro tagliati in verticale e scaldati per renderli piani. Questo procedimento porta ad avere delle marezzature, delle sfumature che lo rendono unico. L’altro tipo di vetro è quello colato in piano e tirato a mano e che consente di pilotare e creare vetri particolari, sfumati, iridescenti. Le macchine non entrano minimamente nella produzione e Alessandro Grassi ribadisce il concetto di artigianalità parlando ancora con entusiasmo di questa categoria.
“Noi artigiani, questo popolo di figli di un dio minore lavoriamo in silenzio portando nel mondo la bellezza del lavoro italiano. Siamo delle piccole formiche che lavoriamo in grande, non siamo delle industrie e portiamo nel mondo il nostro prestigio. L’economia è basata sulle piccole e medie imprese, non sulle grandi.L’artigianato non è in crisi: mancano i lavoratori specializzati, mancano i giovani che entrano e portano avanti queste tecniche destinate altrimenti a perdersi. L’artigianato muore senza i giovani e mi batto perché questo non accada. Il nostro è un patrimonio che abbiamo il dovere di tramandare attraverso i giovani”. Oltre ai molti visi di giovani che operano attorno ai tavoli dove si compongono le vetrate, per far conoscere l’arte vetraria le Vetrerie Grassi organizzano corsi serali per chi vuole imparare, o visite guidate per le scuole o tenendo conferenze sull’argomento.

Vetrerie e zona 4 da quanto convivono?
“Dagli anni 50. Dapprima il laboratorio era sotto la chiesa di via Kolbe, poi ci siamo trasferiti qui in Piranesi. Prima della guerra eravamo in corso di Porta romana”.
La vetrata più grande?
“Quella installata alla Mecca e montata da operai addestrati allo scopo essendo vietato ovviamente ai non musulmani di accedervi”.
Un’ultima domanda: quanto tempo per realizzare una vetrata?
“Un metro quadro di vetrata uguale una settimana.Una moltiplicazione e i conti sono presto fatti”.
Chi volesse rendersi conto della maestria e della bellezza di queste opere non perda l’appuntamento con la mostra che le Vetrerie Grassi terranno dal 10 al 17 ottobre al Liceo artistico di Brera di via Hajech nell’ambito della manifestazione “La cultura si fa in… 4”.
Sergio Biagini
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