La Fructamine di via Salomone
Prosegue il viaggio di QUATTRO nelle realtà industriali della zona 4
TIn questo numero, facciamo “tappa” in via Salomone dove, fino agli anni ’80, era in attività la Fructamine, azienda produttrice di aromi per uso alimentare.
Una storia che ha un inizio veramente curioso: in una drogheria.
“Sì, - ci dice Guido Rovesti che guidò l’azienda fino agli anni 80 – in effetti, la storia della Fructamine che diresse prima mio padre poi io, incomincia quando mia madre scese dal droghiere, era il 1935, per comprarmi una marmellata vitaminica.Con sorpresa notò che sulla confezione c’era la foto di un bambino e quel bimbo ero io. Subito mio padre chiamò la ditta per avere spiegazioni e questi risposero che la foto l’avevano avuta da un fotografo, il nostro, che asserì di aver subito un furto e di non sapere come mai la mia immagine fosse finita sul vasetto di marmellata. Durante il colloquio, che papà ebbe in seguito alla Fructamine per dirimere la questione, quando l’azienda seppe che era un chimico gli offrì di collaborare. Assunto come direttore tecnico, dopo alcuni anni quando i soci per contrasti tra loro decisero di cedere l’azienda si rivolsero a mio padre che rilevò solo il marchio.”

Guido Rovesti
Siamo nel 1937 e la fabbrica di marmellate Fructamine, sotto la nuova direzione di Paolo Rovesti, inizia in via Padova 28 e, può sembrare un controsenso, durante la guerra la produzione non risentì della situazione né ebbe problemi di fatturato. Essendo razionato lo zucchero, la gente per supplire a questo alimento comprava la marmellata per la cui fabbricazione, nonostante il contingentamento, era necessaria come materia prima lo zucchero.Passata la guerra ed entrato nella società Giorgio, il fratello di Paolo, la Fructamine diversifica la produzione iniziando a produrre anche gli aromi, grazie anche al fatto che Paolo Rovesti era uno specialista in quel settore e in quello essenze.
Appena dopo il conflitto mondiale andavano di moda le bibite fatte in casa ottenute versando nella bottiglia prima una fialetta con il gusto desiderato, poi due bustine e in seguito l’acqua, avendone alla fine una bevanda che poteva essere all’arancia, al limone o al gusto gazzosa. Ben presto, la produzione di marmellata fu abbandonata a favore della produzione di aromi ed essenze per la continua e crescente richiesta di questi componenti da parte delle ditte che producevano bibite.
L’attività prosegue negli anni con la Fructamine che consolida sempre più il proprio prodotto sul mercato e si giunge agli anni ’60 quando Guido Rovesti, ormai neo laureato come padre e nonno in chimica, fa il suo ingresso in azienda.
“Quando entrai in azienda mio padre si occupava di tutta la parte chimica; a quel punto preferì dedicarsi agli studi di cosmetica (nota è la collaborazione con la dottoressa Cagnola che aveva un negozio di erboristeria in via Anfossi fino a pochi anni fa n.d.r) e lasciare a me la parte di ricerca, produttiva e distributiva. Mi trovai, anche se con una laurea in chimica organica, proiettato in un mondo per me estraneo e ricordo anche il primo lavoro quando mio zio mi disse: “Questo è un chinotto. Riproducilo uguale”. Un lavoro non facile: teoricamente si parte dal frutto, tra l’altro in Italia ci sono pochissime piante di questo agrume, e si utilizza la scorza che ricordo era venduta in salamoia e con un costo molto alto. I chinotti di oggi hanno nella loro composizione solo una piccolissima parte e forse glielo fanno solo vedere. Comunque riuscii ad eseguire bene il compito” – chiosa Rovesti.

Sempre in quegli anni c’è il salto: la penetrazione sul mercato e la oculata gestione delle risorse finanziarie da parte dello zio amministratore rende possibile l’apertura di un nuovo stabilimento dotato delle tecnologie allora più avanzate. Ecco che si affaccia nella nostra storia la zona 4. Dalle parti di via Salomone, “dove c’erano i sabbioni del Cabassi - precisa Guido – con tutti i mucchi di sabbia e ghiaia di differenti misure provenienti dagli scavi dell’Idroscalo”, c’è un terreno dove poco dopo nasce la nuova Fructamine “costruita come la linea Maginot” per via delle fondamenta particolarmente resistenti e profonde a causa della falda acquifera che ai tempi si trovava a tre metri di profondità. Nasce così l’edificio dove si trasferiscono tutte le maestranze all’angolo Salomone-Prudenzio, e che oggi ospita la Ingegnoli mantenendo le stesse caratteristiche architettoniche.

La Fructamine in via Salomone
Doverosa a questo punto la domanda: come si creavano questi aromi?
“Si parte sempre dalla ricerca marketing oriented per soddisfare le esigenze del mercato stesso e poi si inizia il lavoro vero e proprio. Le sostanze dalle quali si estraggono sono assolutamente naturali, come ad esempio il frutto del mandarino per ottenerne l’olio. Alla Fructamine abbiamo sempre lavorato prodotti naturali non solo per scelta di cultura, ma per il fatto che questi prodotti costano meno degli altri. Prodotti naturali usati ancora oggi con piccoli ritocchi a livello delle marche note: nella Fanta ad esempio c’è essenza di arancia con un ritocco che dà un nota di succo. Anche la Coca, checché se ne dica, è fatta con sostanze naturali a parte l’acido fosforico (l’acidificante n.d.r.), che non deve spaventare comunque perché le nostre ossa sono fatte di fosforo. Sempre in tema di Coca o Pepsi, nei Paesi dell’Est esportavamo aromi composti di essenze diverse che si avvicinavano al gusto delle due bevande che non erano ancora in commercio in quei luoghi”.
Commercialmente come era suddiviso il mercato?
“L’Italia assorbiva l’80 per cento della produzione, ma in termini numerici era solo il 60 percento del fatturato. Il grosso del fatturato era con i clienti come Pepsi e quelli dei Paesi dell’Est dove erano ricercati gli aromi particolari che seguivano l’onda dell’aroma coca”.
Guido Rovesti è una fonte inesauribile di notizie e aneddoti e spiegazione del modo di lavorare in azienda e delle tecniche usate. Come quella interessante denominata spray drying ovvero l’essiccazione a mezzo spray ottenuta spruzzando l’aroma in un gran recipiente riscaldato da getti d’aria calda. Il risultato è la precipitazione di una polvere che ingloba l’aroma per una migliore conservazione. “A tal proposito – sottolinea Rovesti – a volte accadeva che ci fossero perdite e per le strade attorno si sprigionavano profumi di fragola o arancia: e c’era sempre qualcuno che si lamentava”. C’è poi un’altra curiosità, forse un po’ tecnica, ma che vale la pena ascoltare: “Un giorno ci accorgemmo che l’olio essenziale di mandarino restando fermo a lungo prendeva odore di pesce. Analizzandolo scoprii che all’interno delle aldeidi del gruppo carbonilico c’era una sostanza del gruppo amminico che provocava soprattutto nelle essenze concentrate questo odore. La soluzione fu trovata con un processo chimico di cromatografia su colonna che separava la parte aldeidica dall’altro “contendente”. Riuscii ad incapsularli separatamente in modo che solo al momento dell’uso fosse possibile rimetterli assieme per diventare nuovamente aroma di mandarino”.
Come avveniva nello specifico la lavorazione e quanti vi erano addetti?
“Circa venti operai erano addetti alla produzione che partiva torchiando le erbe o i prodotti base con una pressatura che arrivava a 600 atmosfere. L’essenza che ne derivava veniva quindi convogliata in serbatoi dai quali si attingeva al momento di creare i vari prodotti in base alle ricette fatte in laboratorio. Si mescolavano, si mettevano nei recipienti e quindi spediti al cliente. Oltre a questi c’era lo staff di ricercatori e chimici, eravamo in cinque, e sei persone in amministrazione. Infine mio padre Paolo che aveva un ufficio suo dove sviluppava le sue ricerche sulla cosmetica”.
Apriamo una parentesi per farci raccontare un po’ il personaggio Paolo.
“Mio padre ci ha lasciato un’importante raccolta di testi sulla cosmesi ed era un appassionato ricercatore di piante dalle quali trarre le sostanze che gli permettevano di sviluppare i propri studi. Sono rimasti famosi i suoi racconti, a volte dei romanzi, dei viaggi in India, dove trovò un alambicco risalente al 3000 a.C. e quindi molto più antico di quelli che si credeva inventati dagli arabi, e delle varietà di erbe che rinvenne nei suoi viaggi. A livello lavorativo era il primo a darmi consigli, ad aiutarmi nelle mie ricerche, dissipare i dubbi con la sua cultura e la vasta biblioteca dove riusciva a trovare una risposta a tutto o consultando anche il famoso Technical Armstrong, una vera Bibbia per la chimica”.
Gufi, farfallino e gilet di papà.
“Il gilet era una caratteristica di papà. Se li faceva confezionare rigorosamente su misura, con le stoffe, tipo damascati dorati, che aveva scoperto in India, cose fuori di testa. Ne aveva decine, come decine erano le cravatte e i papillon. Le cravatte erano divise per argomento: quelle con la serie dei lavoratori o dei fiori o delle piante; ne comprava a tutto spiano. Per quanto riguarda i gufi, che in realtà dovrebbero essere civette, in India è il simbolo dell’alchimista che viene sempre rappresentato con questo animale sulla spalla; iniziò a comprarli e molti gli furono regalate. Civetta che era sugli ex-libris di mio nonno”.
Una piccola divagazione: il nonno è stato un personaggio?
“Direi eccezionale per la volontà che lo animava. Quale possidente avrebbe potuto vivere di rendita, invece volle sfruttare la sua laurea in chimica applicata e ad inizio secolo si mise in mente di fare il concentrato di pomodoro. Mise su un’azienda, acquistò montagne di pomodori, ma al momento di iniziare scoppiò la Prima guerra mondiale. Il carbone che sarebbe servito a far andare le macchine fu requisito e Guido Rovesti fu costretto a vendere tutto: anche i pomodori per poter saldare i debiti con i contadini che infuriati lo aspettavano con il forcone in mano. Non si perse d’animo e si impiegò in una ditta di Imperia dove divenne amministratore delegato e dove fece ricerche sul pane, sull’erboristeria della Liguria, liquori, sugli olii essenziali e anche di più, lasciandoci una quantità di libri su questo argomento. Più tardi il governo lo chiamò a Roma al ministero dell’agricoltura come consulente. Qui avvenne l’incontro con Guglielmo Marconi che lo fece entrare a far parte del CNR dove svolse ricerche sugli aromi facendo diversi viaggi di ricerca in Africa orientale. Anche i miei genitori lo seguirono e questo spiega perché sono nato a Roma”.
Intanto la Fructamine prosegue nel suo cammino e nel 1970 Guido Rovesti diviene l’amministratore delegato. Nel 1983 manca il padre e da quel momento si manifestano divergenze di vedute con lo zio restio ad adottare le strategie e metodologie di un mercato moderno. Guido, rendendosi conto che il mercato in evoluzione richiedeva un maggiore concentrazione di forze tra le ditte dello stesso settore, avrebbe voluto stringere alleanze con gli altri produttori. Il suo intento era quello di riunire le forze in primo luogo per fare della ricerca con molte più persone e raggiungere risultati molto più concreti, e in secondo luogo unire le strategie commerciali per avere un aumento delle quote di mercato e maggiori possibilità di espandersi all’estero. La proposta fu presa in seria considerazione, ma di fronte al deciso rifiuto dello zio di cedere, l’interessante progetto andò in fumo. Qualche tempo dopo la Bracco, azienda che acquistava gli aromi dalla Fructamine, si dimostrò interessata all’acquisto dell’azienda. Nel giro di una settimana il contratto venne concluso e nel 1988 la Fructamine e il marchio passano di mano. Marchio che operò sul mercato ancora una decina di anni prima di essere ceduto ad una multinazionale straniera.
Qualcosa comunque è rimasto a ricordo di Paolo Rovesti e della Fructamine: la Fondazione che porta il suo nome fortemente voluta dagli allievi, da Guido e dai fratelli per non disperdere il patrimonio di cultura e pubblicazioni lasciati. Nata nel 1984 la fondazione Resti prosegue negli studi sulla cosmetica e le ricerche dedicate vengono pubblicate e messe a disposizione di tutti.
Sergio Biagini
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