Babele Quattro: la città che cambia e due racconti “in corsa”

 

Appena tornati dalle vacanze si ritrova tutto come lo avevamo lasciato. Le strade sono di nuovo in tilt a causa del traffico, le saracinesche dei negozi sono alzate, i supermercati aperti. E’ settembre e si ricomincia la vita di tutti i giorni. Ad agosto, però, la redazione giovani di Quattro ha voluto rimanere sul territorio, ha voluto raccontare una realtà vicinissima a noi, che proprio in questi mesi diventa più evidente.

Questo mese vi raccontiamo la Milano multietnica, quella dei negozi cinesi che “spuntano come funghi”, delle macellerie islamiche, dei kebab, ma soprattutto dei mezzi pubblici. Lo spunto ci arriva dal libro di Giorgio Fontana “Babele 56” edito da Terre di Mezzo. Questo giovane scrittore che vive a Milano, ha voluto raccontare la Milano che cambia (che, anzi, è già cambiata) attraverso un reportage narrativo che racconta personaggi e storie di immigrati che ogni giorno si incontrano su una delle linee più “meticce” della città “la 56” appunto. Anche noi, pur rimanendo all’interno della nostra zona, abbiamo voluto provare a raccontarvi che cosa succede su due linee simili, la 90 e la 95, attraverso due narrazioni in presa diretta.Per provare ad avere meno paura, per provare ad essere più curiosi e meno chiusi, per vedere tutto quello che ci sta attorno, per una volta, attraverso la lente delle sensazioni. Buona lettura!
Federica Giordani

 

“90” non è la paura

In un caldo venerdì di fine estate le vie di Milano sono piene di desolazione: in giro ci sono poche auto e soprattutto c’è poca gente. Uno dei rari posti “affollati” è il filobus della linea 90 che porta in giro per tutta la città gli unici cittadini rimasti: persone anziane e immigrati di tutte le età.

Mentre il lungo filobus arancione, rigorosamente senza aria condizionata, percorre viale Campania, al suo interno si ha una chiara visione della Milano multietnica e delle sue contraddizioni. Nella parte anteriore dell’autobus sono sedute alcune “sciure” di ritorno dal mercato di piazza Guardi, mentre in fondo ci sono per lo più uomini stranieri che parlano ad alta voce nella loro lingua d’origine. Varie sono le scene a cui si può assistere lungo il tragitto fino a viale Isonzo. C’è una bella ragazza africana seduta vicino ad alcuni uomini marocchini, non sembra preoccupata del fatto che questi la guardino con occhi indiscreti, forse ne ha viste troppe in vita sua per dar conto a loro. All’apparenza sembra una ragazza forte e sicura di sé anche se si tocca in modo nervoso i capelli, non crespi come sono solitamente i capelli africani, ma stirati, all’occidentale. Dopo alcuni minuti si vede chiaramente che si è “scocciata” degli sguardi e dei commenti dei suoi vicini di viaggio, così cambia posto e si siede davanti a una donna di mezza età marocchina. Quest’ultima porta il velo bianco con dei fiorellini verdi e una lunga gonna nera, è una bella signora dalla pelle olivastra e gli occhi scuri. Lei non viaggia da sola, è accompagnata dal marito che non la perde di vista un attimo quasi avesse paura che altri la guardino. Arrivati alla fermata di piazzale Cuoco molti immigrati scendono e alcuni di loro corrono verso l’84 che è fermo in via Faà di Bruno per andare in piazzale Corvetto.

La 90 quasi vuota continua il sue percorso: passa da piazza Salgari, via Tertulliano fino ad arrivare in viale Isonzo dove fa capolinea. Alla fermata davanti a noi c’è un autobus, di quelli verdi, nuovi e freschi, che sta per partire. I pochi giovani rimasti con uno scatto scendono e riescono a prenderlo, le signore rimangono invece sedute nei loro posti appena dietro il conducente, tra il caldo e l’età per loro è quasi impossibile muoversi.
Simona Brambilla

 

Da Corvetto alla Cina

La sera è diverso. La sera c’è silenzio. Quando le porte si aprono, quando i pistoni idraulici sibilano, parte il viaggio. Corto o lungo non ha importanza, dieci fermate o tre, per andare o per tornare, o magari solo per dormire. “Fermata prenotata”, lampeggia sopra le teste dei passeggeri, ma qui sulla linea che parte da Corvetto e arriva a piazzale Lotto, sono in molti a dormire, sonnecchiare, con le teste contro i finestrini graffiati dalle tag, macchiati dal calcare della pioggia di Milano, dallo smog, quello che appiccica. Quello che te lo ritrovi sulle mani quando scendi alla tua fermata. Tu come tutti. Tu come quel ragazzo con gli occhi a mandorla che ha la maglietta bianca e i pantaloni a quadretti, forse fa il pizzaiolo, forse il panettiere. Forse nessuno dei due, ma l’apparenza racconta delle storie e, stasera, facciamo finta che qui su questo autobus, in questo fazzoletto di città invaso dall’afa di agosto, mi guardo attorno e mi immagino, racconto, per una volta lasciando da parte i dati, le statistiche della Milano della sicurezza, dei proclami, degli annunci sparati sui titoloni dei giornali. Perché stasera io, il posto riservato ai milanesi non lo voglio, non mi sento milanese, forse, o forse vorrei che Milano fosse come Parigi, Londra, Berlino. No, non è il gusto di guardare altrove e non volere più la mia città, non è “esterofilia” come la chiamano, è più semplice, è voglia di non avere paura. Amo questa Milano. Amo la Milano degli autobus e delle metropolitane, quella delle luci al neon, del giallo e dell’arancione usurati, delle porte che si aprono e ti fanno vedere il mondo. Il mondo che è cambiato del tutto.

Aspetto alla fermata, le saracinesche sono abbassate, piazzale Corvetto adesso è solo dei bar, degli ultimi ambulanti, e di chi torna a casa. Adesso la linea 95 è soprattutto loro, dei nuovi italiani, che a volte italiani non si sentono affatto. C’è quella ragazza seduta vicino all’obliteratrice, con i vestiti “da grande” e il trucco pesante, ma le mani, gli occhi, sono quelli di una bambina. E’ seduta con la schiena dritta, per tenere i capelli neri, dritti, dietro la schiena. Da un lato, invece, ci sono io. Io non ho dovuto lasciare il mio paese ed imparare un’altra lingue per farmi capire, non devo nemmeno lottare contro gli sguardi insistenti di un signore con i capelli bianchi che la fissa anche se fa finta di no. Io da qui lo vedo, ma lui non lo sa.

Poi ci sono due amiche, forse parenti. Filippine, forse. Statura piccola, fisico tracagnotto, scarpe basse e borse della spesa, parlano tra loro. Non capisco una sola parola, ma immagino che si stiano raccontando la giornata appena trascorsa, sorridono, a volte ridono, anche ad alta voce, qualcuno si gira a guardarle, ma adesso, finalmente loro non ci fanno caso. Piazzale Angilberto, una delle piazze più brutte della zona, almeno a quest’ora. Sembra che a nessuno importi di questo spicchio di città. C’è l’insegna rossa del supermercato ancora accesa, le bottiglie di birra appoggiate al muretto, dietro le cabine telefoniche. Poco lontano un gruppo di uomini, forse nord africani, parlano tra di loro. “Non c’è un italiano”. Una signora si avvicina e si siede davanti a me, inizia a parlare. Non parla a me, in realtà, parla a se stessa ma vuole capire se quello che dice ha un suo pubblico. Le rispondo con un sospiro e un sorriso, mentre alla fermata salgono quattro ragazzi, sud americani. Braghe larghissime, scarpe anche più grandi. Uno ha il cellulare in mano e fa suonare della musica latina, il volume è alto. In molti si girano a guardarli, ma loro non alzano lo sguardo. Quello più basso dei quattro ha una catena dorata al collo, con un pendaglio. Non capisco che simbolo è, sembra una serie di lettere intrecciate fra loro. Ci gioca con le mani, fa tintinnare la catena. La musica continua a suonare. Via Marco d’Agrate, anche qui alla fermata non scende nessuno, ma salgono in cinque. Stranieri.L’autobus frena bruscamente e chi è rimasto in piedi si aggrappa ai sostegni. L’autista ha dovuto fare un piccolo miracolo per evitare una bicicletta, una Graziella sgangherata. Sopra un ragazzino cinese, avrà 15 anni, e gira a zonzo per la città che, a quest’ora, ad agosto, è diventata la sua.
Federica Giordani

 

“BABELE 56”. Un mondo in viaggio

C'è solo un modo per riuscire a captare in meno di tre quarti d'ora il mutare, il mescolarsi, il fondersi di tante culture a Milano e Giorgio Fontana lo sa bene.
“Babele 56” è un reportage narrativo in cui si lascia parlare la strada solcata dalle ruote di un autobus: “la 56”, il filo conduttore della narrazione. Otto fermate. Otto storie. La 56 è il bus “ degli immigrati” che percorre su e giù via Padova, “un autentico mondo in viaggio”, una Babilonia di culture. Ed è voglia di registrare il mescolamento, di raccontare il mutamento, di scoprire il meticciamento. Fenomeno assodato che cogliamo tutti i giorni, per le vie del centro, ancor più nei mercati di periferia, nelle biblioteche, fra i banchi di scuola. L'autore affronta l'argomento non da sociologo o da politico ma da scrittore e riporta i pensieri annotati su di un taccuino che ha portato con sé da capolinea a capolinea.

Questo non lo esime dall'affrontare argomenti delicati, quali la criminalità immigrata, che è anch'essa una realtà (come lo è quella italiana) e che quindi non va celata. Non tace neanche il timore di molti: “il vero dramma sta nell'omologazione forzata” ma ammette anche che “la grande maggioranza della popolazione è male informata o semplicemente se ne frega”.

Da qui lo scendere in strada e salire “ sull'autobus dei dannati”. Si va oltre la registrazione sterile del milanese medio e ci si sofferma sui volti, sulle bocche e sulle storie che proprio quelle bocche vogliono raccontare. Storie che si leggono negli occhi stanchi di Keis, ragazzo tunisino ventiseienne,“con una storia più grande di quanto pretenderebbe la sua età”, ex-spacciatore; o negli occhi fieri di Josè, ingegnere peruviano, oggi direttore di Editora Latina in Italia, o ancora negli occhi sereni di Kamal, ex-giocatore di cricket cingalese. Occhi che celano ricordi spesso fatti di dolore ma che Keis non vuole perdere perché difficili ma “ che ti fan sentire vivo”.

Una delle più grandi difficoltà è la lingua. Non poter comunicare crea muri ben più alti di quelli creati da una faccia, un colore o da un abito differenti. Da qui la volontà di “occidentalizzarsi”.
Per alcuni solo una forma di sconfitta, per altri, l'unico modo per crearsi un “io” nuovo e sentirsi bene.
Poi un giorno, ascolti una melodia leggera, lontana creata dagli strumenti musicali dell'Orchestra multietnica di via Padova che tiene insieme tutte le influenze musicali e le combina “esaltando la ricchezza del singolo senza sacrificare il gruppo”. E’ armonia nel compromesso. Ti rendi conto che “la verità è nelle cose che si fanno insieme”. Una Milano “rimappata”. Solo una terra, dove gli immigrati arrivano, lavorano e sperano in una vita migliore o diversa.
Storie “irripetibili, dotate ciascuna di una sfumatura precisa.” Ti accorgi che, forse, un orizzonte unico c'è, come quello che sta cercando l'orchestra di via Padova. Conoscere per giudicare. Vivere l'accoglienza ammettendo la preziosità della diversità. Specchiarsi nell'altro per intravedere noi stessi.

Giorgio Fontana, BABELE 56. Terredimezzo editore, euro 7,00

Irene De Luca