La RICORDI di viale Campania
Il nome Ricordi è sinonimo di musica e di qualità da oltre due secoli: la casa fu fondata nel 1808 da Giovanni Ricordi, che lavorava come copista alla Scala ed ebbe l’idea di stampare gli spartiti musicali che venivano gettati alla fine dei concerti. Circa cento anni dopo la nascita, l’azienda apriva i propri stabilimenti di viale Campania numero 42: il sito produttivo, dotato delle migliori tecnologie dell’epoca, fu inaugurato nel 1910 e rimase un punto di riferimento tanto per casa Ricordi quanto per la città per i successivi cinquant’anni: nel 1960 l’intera area venne ceduta e trasformata in zona residenziale, Ricordi si trasferì in via Quaranta. Ma è di quel mezzo secolo in viale Campania 42 che parliamo qui, grazie ai ricordi di una persona che quelle officine le ha conosciute molto bene.
«Era uno dei migliori stabilimenti di Milano. Per i nostri clienti, far stampare le proprie opere da Ricordi, in un complesso così all’avanguardia, era un fatto di prestigio». Domenico Mantovani ha lavorato alla Ricordi per quarant’anni: i primi sette in viale Campania, sede in cui fu assunto come apprendista foto-incisore. Era il 1953 e aveva 17 anni. «L’ambiente era piacevole, familiare. L’azienda non aveva mai avuto problemi sindacali o di altro genere. Le maestranze andavano d’accordo con la direzione, la proprietà ci teneva molto. Trovai colleghi più anziani che mi raccontavano storie di “quando c’era il signor Tito”, l’ultimo rappresentante della famiglia a dirigere l’azienda, morto vent’anni prima. In viale Campania ho trascorso un periodo felice».
All’epoca di cui parla Mantovani, gli stabilimenti di viale Campania sono un simbolo ormai consolidato della potenza industriale di Milano. Li ha voluti quasi mezzo secolo prima Giulio Ricordi, nipote del fondatore Giovanni, che aveva intuito come le vecchie officine di Porta Vittoria non fossero più adeguate alla dimensione degli affari: già nel 1908 Ricordi è una realtà da 600 dipendenti che stampa 25 milioni di fogli all’anno oltre a 50 milioni di cartoline illustrate. L’acume industriale porta Giulio Ricordi a individuare la possibilità di un grosso affare. Quell’anno si rivolge così al figlio Tito, giovane ingegnere già coinvolto nell’azienda di famiglia: «Ho saputo che una società milanese è costretta, per problemi finanziari, ad abbandonare all’inizio la costruzione di un opificio all’Acquabella. Potrebbe essere un buon colpo trattarne l’acquisto per le nostre officine. Tu che sei ingegnere, vuoi fare un sopralluogo e riferirmi?».

Pochi mesi dopo iniziano i lavori. La nuova sede in viale Campania viene inaugurata il 22 giugno 1910, alla presenza di Giacomo Puccini e Arrigo Boito. Il giorno dopo, della cerimonia dà conto “Il Secolo”, storico quotidiano della famiglia Sonzogno, descrivendo gli stabilimenti, «per unanime consenso di quanti conoscono i progressi raggiunti all’estero dalle arti grafiche», come «ciò che di più grandioso e di più moderno ha oggi l’industria della stampa del colore e delle edizioni musicali». Un resoconto enfatico, ma non un’esagerazione: il complesso occupa 22 mila mq, si sviluppa su due piani più un sotterraneo, ospita due vasti cortili, moderne sale d’ufficio e vanta un piano in grado di sopportare le otto tonnellate delle lastre di zinco e antimonio con cui si stampano le opere musicali. E naturalmente è provvisto di sale di riunione e di ricreazione per gli operai, ai quali Giulio Ricordi era sempre stato fortemente legato.
«In viale Campania vennero trasferite interamente le arti grafiche», racconta Mantovani. «Stampavamo spartiti musicali per le edizioni Ricordi ma anche opere di vario genere per conto terzi: riviste, libri, calendari e almanacchi, manifesti pubblicitari, lavori litografici di lusso e titoli mobiliari su carta filigranata». Grazie al potenziamento della capacità produttiva, Ricordi tappezza i muri di Milano con grandi, colorati manifesti pubblicitari per le campagne di Bitter e Cordial Campari. Ottiene commissioni dal “Corriere della Sera”, dalla “Tribuna” e dal “Resto del Carlino” per la stampa di pagine colorate per inserti e rotocalchi. L’ampiezza dell’offerta musicale è cresciuta con gli anni: il catalogo abbraccia ormai per intero il variegato universo della musica leggera. «Prima della guerra si stampavano spartiti per canzoni popolari napoletane, canti dell’Italia fascista», prosegue Mantovani nel suo ricordo, «poi arrivarono gli anni felici del boom: era nata nel frattempo la Dischi Ricordi, da viale Campania passavano i migliori cantanti dell’epoca: ricordo di aver visto Jannacci, Bindi, Califano. Quando girarono il film “Casa Ricordi”, poi, passarono dalle nostre parti anche Sofia Loren e Paolo Stoppa».
La realtà di viale Campania arriva a contare 700 dipendenti, di cui 400 impegnati nel lavoro per conto terzi e 300 nelle edizioni “G. Ricordi”. Ma tra la gloriosa inaugurazione del 1910 e gli anni felici del Dopoguerra ci furono momenti meno positivi. Prima la morte del “grande vecchio”, Giulio Ricordi, solo due anni dopo l’apertura della sede da lui voluta: «Era talmente amato dai suoi dipendenti», spiega Mantovani, «che gli aneddoti sulla sua persona si tramandavano da una generazione all’altra. Mi raccontavano di quando, al mattino, si infilava in guardiola travestito da custode e poi sgridava gli operai che passavano dritti senza salutarlo. Ma lo faceva con il sorriso sulle labbra, naturalmente».
Morto Giulio, la direzione passa nelle mani del figlio Tito. Lo lega all’azienda e alla sua gente una passione altrettanto forte di quella paterna, ma il suo carattere è più brusco, più ombroso. I suoi collaboratori temono i suoi improvvisi scoppi d’ira, anche se sono abituati ai rapidi pentimenti che seguono le sfuriate. Tito è capace di trattare rudemente amici, clienti e artisti, ma è altrettanto pronto a regalare loro una dedizione assoluta. Esigente con interpreti e direttori, interviene nella regia lirica delle messe in scena, preoccupato per la realizzazione degli spettacoli. Si racconta che una volta Tito avesse accompagnato Giacomo Puccini a Parigi per incontrare il direttore dell’Opera Comique e proporgli una messa in scena della “Bohème”. Invitato dal direttore del teatro a dargli un assaggio della propria musica, Puccini era intento a eseguire alcune arie dell’opera al pianoforte, quando Tito, esasperato perché a suo dire l’esecuzione di Puccini non rendeva l’efficacia della musica, si spazientì e costrinse l’autore a lasciargli lo sgabello e lo strumento, dopo avergli detto: «Via, lèvati di lì, che tu non sai suonare!»
Al tempo stesso Tito è consapevole della necessità di espandere lo spettro delle attività commerciali e di adottare sistemi più moderni. Conosce le lingue straniere, è un cittadino del mondo, sembra fatto apposta per guidare un’epoca di ampliamento degli orizzonti aziendali, allacciando i contatti con direttori di teatro e impresari stranieri. Ma la trasformazione da lui voluta secondo un modello culturale più “anglosassone”, liberato dall’immagine vetusta di una ditta provinciale, sarà portata avanti da altri: in uno dei suoi incomprensibili mutamenti di intenzione, Tito lascia la conduzione nel 1919: solo sette anni dopo averla ereditata dal padre. Morirà nel 1933, estraniato da qualsiasi cosa abbia a che fare con le sorti delle stamperie.
Gli succede la “reggenza a due” di Carlo Clausetti, direttore della succursale della sede napoletana, e Renzo Valcarenghi, cremasco, entrato nell’amministrazione della Ricordi a Milano ventenne e divenuto presto uomo di fiducia di Giulio. Sono questi gli anni in cui si rinnova più radicalmente il prodotto che esce dagli stabilimenti di viale Campania. Le edizioni teatrali fanno largo a edizioni scolastiche e didattiche, revisioni critiche di antichi testi musicali italiani, trattati di solfeggio, armonia e teoria, esercizi per lo studio degli strumenti. Oltre alle già citate canzoni popolari regionali e ai canti del ventennio.
L’altro momento di grave crisi, il peggiore fino a quel punto nella storia dell’azienda, ha una data precisa: 13 agosto 1943. Le bombe dell’aviazione alleata colpiscono Milano. Due ordigni incendiari danneggiano gravemente la sede di via Berchet, dove ha sede la direzione. Ma è quella di viale Campania a pagare il prezzo più alto dell’operazione: gli stabilimenti vengono quasi completamente rasi al suolo. Si salvano per fortuna i preziosi spartiti autografi, le pietre litografiche e le rotative, che erano state trasferite altrove per cautela. Poche cose, ma sufficienti per dare, dopo la guerra, l’impulso alla ricostruzione. Ci vuole un’autorizzazione per portare a termine i lavori, ma per fortuna arriva. Dei danneggiamenti, non rimane traccia.
Il nome Ricordi è entrato ormai nel mito, le stampe di casa Ricordi diventano sempre più oggetto decorativo, arte da collezionare. Le cartoline illustrate riproducono le immagini dei primi manifesti, quelli della “Turandot” e della “Madama Butterfly”, ma anche di Fiat e Moulin Rouge. Nel 1956 Ricordi compie il salto definitivo a livello di struttura societaria e diventa società per azioni. Con la crescente popolarità della musica leggera, le sedi vengono attrezzate per potenziare il commercio di dischi. E torniamo così agli anni in cui in viale Campania lavora Domenico Mantovani. «La maggior parte dei dipendenti erano donne. Ogni macchina da stampa infatti aveva bisogno di un uomo come operatore e due donne per mettere a mano i fogli. Poi c’erano le addette al controllo, le legatrici. C’erano anche molte coppie, alcune si erano formate proprio lì, negli stabilimenti. La gente arrivava da Milano e da fuori. Venivano al lavoro in bicicletta o con la linea 90/91. La zona era servita bene dai mezzi pubblici perché oltre a noi c’erano il deposito Atm e poi diverse ditte: Domenichelli trasporti, Cinemeccanica, Motta».
Ancora pochi anni però, e la storia degli stabilimenti viale Campania è destinata a concludersi. È del 1960 il trasferimento in via Quaranta: le vecchie officine vengono dismesse, l’area è ceduta a una serie di società immobiliari che ne ricaveranno numerose unità abitative. La storia Ricordi prosegue, anche se oggi ne rimane solo il marchio: l’azienda è stata ceduta alla tedesca Bertelsmann, i punti vendita al gruppo Feltrinelli. «Sì», conclude Mantovani, «sono stati proprio anni felici».
Francesco Segoni
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