Parola ai writers: “Ecco perché dipingiamo la città”
Qualche tempo fa ci siamo ritrovati a fare qualche considerazione sullo stato di degrado della ex palazzina Atm di viale Campania ormai completamente deturpata dai graffiti. E' buona regola però che a tutti sia data la possibilità di replica e così abbiamo deciso di dedicare la nostra pagina proprio al tema della street art. Di che si tratta? Qual è la sua storia, quali sono le motivazioni che spingono chi la pratica e, soprattutto, possiamo definirla arte? Una domanda aperta alla quale potrete rispondere voi stessi leggendo le parole di alcuni giovani street artists e guardando alcuni esempi che abbiamo scovato nella nostra zona. Buona lettura!
Federica Giordani
Interviste agli artisti
Abbiamo posto due domande ad alcuni writer milanesi: ecco le loro risposte
Orticanoodles
A) arte-graffiti/murales: binomio possibile?
Non so se esiste oggettiva diversità tra i due termini, personalmente la interpreto come legale contro illegale, una differenza che una volta che decido di creare, non mi importa molto. Quando valuto un wallpainting, sono moltissime le variabili: tecnica, dimensioni, originalità e non per ultimo lo spazio in cui l'opera verrà creata, il contesto.
In realtà non mi piace mai parlare di "arte", preferisco "creatività", "libera espressione" l'arte l'ho studiata al liceo, la vedo nei musei, è oggettivamente riconosciuta, è una parola cortissima con un peso immenso, non voglio farmi carico di macigni che possano crearmi dei vincoli, voglio essere vivo e libero, non faccio arte.

2007 Barcellona: orticanoodles e machine - 2007 difusor Barcellona
B) Perchè il muro e non la tela?
Pur lavorando molto anche in galleria, il muro per me è il supporto più elevato in termini di prestigio, corro sempre ad ogni evento in giro per l'Europa per dipingere wallpainting, adoro dipingere la strada, è come dipingere la vita della gente, entrare nel privato di tutti, non c’è alcuno sforzo da parte dello spettatore per visionare l'operato. Le valutazioni poi sono di chi guarda, street-art e non graffiti, quindi non uso codici per addetti ai lavori, ma comunico per immagini, immagini per tutti. Se ti fanno schifo lo accetto, ma io preferisco il colore al grigio, quindi sarà una continua lotta: “Il tuo muro-il mio muro”. Inoltre un'opera su muro al contrario di un quadro o di un qualsiasi artwork più convenzionale finisce dove finisce la superficie dipinta. Il muro vivrà per sempre in quel contesto, l'ambiente fa da cornice e ne valorizza il contenuto o lo ammazza.
Senso, 32 anni
A) Binomio? Il binomio esiste solamente nella testa di chi fa ancora differenze se questa sia o no una forma d'arte...tutte elaborazioni mentali di chi vuol confinarsi nella propria area e cerca di difendersi dalle invasioni originali dei barbari (per dirla con Baricco)
B) Muro e tela sono entrambi supporti con "cornici", solo che il muro è un po’ più grande e la cornice la definisce in maniera diversa lo sguardo di chi passa. Confinare lo street artist al muro è molto riduttivo, per me la città è un organismo vivo con il quale dialogare in molteplici modi, lavorare fuori come dimensione poetica e non come tipologia di supporto.
Large, 20 anni
A) In teoria sì, ma tu sai darmi una definizione di arte?? Tutto può essere arte dipende da che angolo si guardano le cose o con che occhi... Lo stesso disegno può essere visto da una persona come arte mentre da un’altra come uno scarabocchio. Dipende se piace o meno... Quindi l' arte è ciò che piace alla fin della fiera, e la stessa cosa vale per graffiti e tags legali o meno: li puoi apprezzare come rifiutare.
B) Io ho iniziato a disegnare un po’ ovunque, mi piaceva disegnare e visto che mi piaceva non mi bastava lo spazio che avevo, così ho iniziato a disegnare su tutto quello che mi passava sotto mano perchè così vedevo i miei disegni in giro e come li vedevo io li vedeva un bel po' di gente. Alla fine quello che porta a disegnare in giro è la stessa cosa che ha portato ad attaccare le pubblicità per strada... è marketing. Quindi è normale che si preferiscano i muri...
Poi è facile che dal muro si passi anche alla tela cercando di fare expo (mostre, ndr) ma l' expo più grande è la città non c'è storia.
Pheld, 22 anni
A) Il binomio risulta possibile propriamente per i murales; l'evoluzione del writing nella forma del murales, muro dipinto composto da lettere o immagini, può acquisire, nel tempo e nell'esperienza, uno stile sempre più elevato fino ad esser considerato un opera d'arte; il writer-artista si distingue nella straordinaria capacità tecnica e nella ricerca di una colorazione adeguata. Anche la semplice firma sul muro, la tag, grazie ad un accurato sviluppo delle lettere può esser definita arte; bisogna ricordare che il graffito nasce come manifestazione sociale e culturale delle periferie delle grandi metropoli, come segno di ribellione politica e riscatto sociale che inizialmente non bada alla bellezza dell'opera quanto al messaggio; negli anni '80 la Street Art ha avuto esponenti come K. Haring e M. Basquiat che hanno riscosso un ampio successo della critica e dell'opinione pubblica riuscendo a sintetizzare la forma e il contenuto nell'opera, quindi creando arte.

B) Il muro e la strada divengono i luoghi d'espressione della libertà di ognuno di manifestare il proprio disagio a chiunque. Il muro è spazio interminabile che ci si presenta in ogni tonalità di grigio riflettendo la totale mancanza di originalità e fantasia e la conformità dilagante della nostra società, rispecchia la tristezza e la mancanza di politiche adeguate per i giovani. Il muro è uno spazio che si può violare andando contro le regole della società. La tela invece rappresenta uno spazio limitato dove esprimersi che non ha nulla da spartire con il writing se non per darle valore e mercificarla come ogni cosa.
Curse, 22 anni
A) Di per sé i graffiti non nascono come forma propria di arte, bensì come forma di espressione e scritturam poi con gli anni si sono raffinate forme espressive della così detta arte da strada, più vicine ad una forma di opera artistica che a writing vero e proprio. In ogni caso basta guardare i muri di un qualsiasi centro sociale di Milano (o anche altre città italiane o mondiali) per capire che il binomio è già avvenuto, intersecando la scrittura del proprio nome o di un concetto a figure forme e colori, purtroppo spesso i centri sociali sono gli unici spazi che vengono adibiti a questa pratica.
B) La pratica di impossessarsi di un muro (legalmente o illegalmente) mette in primo piano l'impatto che l'opera ha sul "passante" che in quanto tale, passa e non si aspetta di vedere quello che vede...Se l'opera di strada viene realizzata su tela, invece che su un muro o sulla lamiera di un treno (che per molti writers è l'unica vera forma di writing) perde il suo significato primitivo, diventa un’altra cosa, diventa arte come la si vede nei musei, arte chiusa dentro delle mura, arte per pochi, non per tutti, e soprattutto arte per chi la vuole, mentre il writing o il murals è "arte" per tutti, anche per chi non la vuole o non si aspetta di trovarsela davanti.
Storia della Graffiti art
I graffiti nacquero con i nostri antenati che iniziarono a incidere sulle pareti delle caverne le loro battute di caccia usando ossa e pietre. Secoli dopo, nell’epoca greco romana, i graffiti raffiguravano scene di vita quotidiana. Fino ad arrivare poi al novecento quando le scritte sui muri in epoca nazista, erano usate come mezzo di propaganda.
Negli anni’60-‘70 si sviluppa nelle periferie di New York il fenomeno dei Graffiti-Writing, che arriverà in Europa circa un decennio dopo. La storia del graffitismo moderno si può dividere in tre periodi storici: 1970/1980, 1980/1994 e 1994/oggi.
Il primo periodo può essere definito il “capitolo americano”. Inizialmente fare graffiti significava diffondere il proprio nome, Tag, il più possibile. In poco tempo i writers si moltiplicarono e per distinguersi cominciarono a personalizzare le proprie scritte accostandovi motivi grafici. I primi, semplici, disegni diventarono soluzioni elaborate con molti colori e stili di riempimento delle lettere, spessori e riflessi.
Il periodo compreso tra il 1980 e il 1994 è chiamato “Capitolo globale” della Graffiti art. Perfezionando sempre di più le loro tecniche, molti writers decisero di cercare nuovi approcci e alcuni entrarono in contatto con il mercato dell’arte. I più dotati iniziarono, perciò, ad abbandonare il terreno dell'illegalità. Il fenomeno del graffitismo maturò e si diffuse su scala globale. Molti writers americani iniziarono a viaggiare in Europa per fare esposizioni nelle gallerie d’arte e la gioventù europea si innamorò immediatamente di questa nuova forma di espressione.

via Albini
L’ultimo periodo, a partire dalla metà degli anni ‘90 fino ai giorni nostri, è caratterizzato da un’esplosione socio-culturale del fenomeno che si differenzia in diverse forme stilistiche ed espressive.
Qualsiasi gesto artistico compiuto in spazi pubblici oggi viene identificato come “Street art”, anche se dietro a questo termine si celano varie tipologie di approcci creativi: il graffitismo tradizionale, la sticker art o “arte degli adesivi”, la poster art e le video-proiezioni. Si delinea inoltre la tendenza dei Graffiti-Logo che si sviluppa quando alcuni writers cominciano ad associare il proprio nome ad un’icona che viene riprodotta serialmente nei contesti urbani.
Simona Brambilla
Segnalazioni
Writing. storia, linguaggi, arte nei graffiti di strada
Questo testo apre ad una prospettiva più ampia sull’arte di strada, la sua diffusione e diverse manifestazioni. L’excursus storico ripercorre le origini del fenomeno, studiato più da vicino come espressione di un nuovo sentire sociale. Dalla New York degli anni ‘70 ai giorni nostri, dai primi schizzi a quella che oggi costituisce una pagina della storia dell’arte contemporanea. Una cultura che ha scelto muri, vagoni, aree dismesse, periferie come moderne tele sotto gli occhi di tutti. Lavori-capolavori destinati a durare poche ore o anni, che appaiono con le luci della mattina a colorare la metropoli.
Lucchetti, Daniela,Writing. Storia, linguaggi, arte nei graffiti di strada, Castelvecchi, p. 224 , euro 12

via Cadolini
I graffiti del Leoncavallo
Quante volte la genialità artistica si accompagna all’illegalità? Dai poeti maledetti, figli della musa verde-assenzio, a musicisti e artisti ovunque riconosciuti come grandi. I muri del Leoncavallo sono pagine di storia, illegali, ma ispirate, patrimonio della città, testimonianza da preservare.Vi si sono espressi molti artisti, per oltre 30 anni, e sono poche le persone che, osservando questi disegni, possono negare la maestria che ne traspare. Nacque così nel 2006 il progetto dell’allora assessore alla cultura Vittorio Sgarbi di salvare questi murales rendendoli patrimonio comune, e dando alle stampe un libro che ne raccontasse la storia. Il volume si presenta come una raccolta fotografica delle opere legate al centro sociale , opere che colorano muri grigi, richiamano ricordi lontani alla memoria di chi certi avvenimenti li ha vissuti, mostrano ciò che è stato alle nuove generazioni meglio di qualunque museo. A prescindere dal dibattito politico sollevato dalle proposte dell’ex assessore, le immagini raccolte nel libro possono essere un valido esempio di quella che ormai è riconosciuta come espressione dell’estetica contemporanea.
Sgarbi Vittorio, Riva Alessandro, Tinelli Davide, I Graffiti del Leoncavallo, Skira, p. 80, euro 14
Francesca Barocco
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