Si chiama Plasmon ed è nato proprio in quella via. Erano gli anni cinquanta del dopo guerra. La gente pian piano stava superando lo shock di una guerra che aveva mutilato le famiglie nei loro affetti creando disagi e difficoltà per una ripresa economica che si presentava molto difficile. Non si viveva di miseria ma di difficoltà anche nel settore alimentare. Il problema riguardava soprattutto i bambini. Così è sempre stato e così è anche attualmente. Però la piccola imprenditoria italiana non si è mai bloccata. Estro e tanta volontà: le molle per ricostruire.
In Via Cadolini c’era un piccolo stabilimento di biscotteria creato da un pasticcere di Milano. Produceva un biscotto allungato, piatto, molto friabile e gradevole; le mamme lo davano anche ai loro bambini. Se ne accorse un avvocato milanese, Bassani, che pensò che quel prodotto, semplice e gradevole, poteva essere, se opportunamente integrato, un tipico prodotto per i bambini.
Però come tale non aveva i necessari requisiti nutrizionali. Occorreva intervenire sulla formula e integrarla con un elemento nutritivo innovativo; l’intenzione era di comprare lo stabilimento ma prima doveva risolvere il problema della formula. A quei tempi non c‘era ancora tutta la gamma di latti a partire dal sostituto del latte materno. La mamma si regolava con il suo e poi sospendeva. Conosciuta, apprezzata ed utilizzata era soprattutto la farina lattea ottenuta da farina di frumento maltizzata con aggiunta di latte: lo spunto poteva essere questo ma non bastava. Si pensò alle proteine del latte come integratore proteico. Quella integrazione doveva essere poi la premessa per un marchio che doveva avere in sé il concetto energetico per una corretta crescita del bambino.

Non il latte già presente nella formula originale ma le sue proteine; questo risultato si poteva ottenere acidificando il latte o aggiungendo caglio perché ad una certa temperatura le proteine precipitano e possono essere isolate. L’obiettivo si raggiunse presso il Centro Sperimentale del Latte di Via Salasco a Milano. Si studiarono e si sperimentarono le condizioni necessarie per ottenere un precipitato proteico flocculento, bianco come la neve, dal profumo e sapore di latte.
Un coagulo magico fatto di caseina, lattoalbumina e lattoglobulina (le tre principali frazioni proteiche del latte) con uno spettro amminoacidico di alto valore biologico.
Il prodotto fresco fu utilizzato per integrare la formula del biscotto originale: fu un successo.
Oltre ad aumentare il contenuto proteico del biscotto, si miglioravano le sue caratteristiche fisiche ed organolettiche. Un risultato eccezionale per sapore, profumo e densità nutrizionale. A quel complesso proteico fu dato il nome di ”Plasmon“.
Di per se stesso era già un alimento vivo. Quel magnifico coagulo diede vita alla società e al marchio. Era nato Plasmon, il Bambino di Via Cadolini.
Dallo stato sperimentale si passò a quello industriale che si realizzò presso alcune latterie del milanese come la Soresina che già forniva il suo meraviglioso burro, tutto sapore di latte. Ma quel coagulo proteico diede vita anche ad un’immagine: l’atleta romano che batte il gong al cui suono rimbomba ”Plasmon“.
Più avanti in un angolo dello stabilimento di Via Cadolini fu installato un impianto innovativo ”Spray dry” per la produzione del Plasmon puro da vendere come tale, un integratore. Plasmon ormai era sulla via del successo, prima nei negozi e poi nelle farmacie con il supporto dei pediatri e una adeguata rete commerciale. Lo stabilimento di Via Cadolini si elevò di alcuni piani per far posto a più linee produttive dalla fase di impastamento all’estrusione dell’impasto fino alla cottura. Dai forni usciva un fiume di biscotti che si riversava automaticamente nelle linee di confezionamento del piano sottostante. Durante il tragitto tanti controlli per garantire caratteristiche organolettiche e fisiche. A quei tempi Via Cadolini era inondata del profumo del biscotto Plasmon. Il vecchio pasticcere che aveva dato vita al primo biscotto rimase in azienda ancora per tanti anni.
Però essere sul mercato dei dietetici per il bambino solo con un biscotto non era sufficiente. La Società decise di inserire, a pian terreno, una linea di ”Pastina” prodotta, a differenza della pasta normale, con farina di grano tenero integrata con “Plasmon”; in sostanza doveva essere una pastina facilmente digeribile. Il successo Plasmon era assicurato. Con la pastina anche il semolino di grano che le mamme usavano per le loro pappine.
Erano però anche gli anni dell’espansione dell’industria alimentare soprattutto per l’intervento dei grandi marchi americani.La Heinz, leader in Usa per il suo famoso ketchup, contattò l’avvocato Bassani con un‘offerta che fu accettata. Così si americanizzò Via Cadolini, dopo di che gli americani proposero l’installazione di una linea per la produzione di Omogeneizzati che già la Heinz aveva sul mercato americano. Fu l’inizio di un’evoluzione sul mercato dei dietetici per bambini. Si partiva da materie prime fresche come carni,verdure e frutta che venivano prima processati come tali e poi inseriti nelle formule studiate appositamente per dar vita ad una linea diversificata di piccoli pasti pronti in vasetti di vetro pastorizzati o sterilizzati attraverso un’operazione tecnologica che prevedeva una cottura in corrente di vapore ad alta temperatura, breve tempo per non degradare il prodotto, disaerazione per eliminare l’aria incorporata, inflaconamento sotto vuoto e stabilizzazione finale con una accurata serie di controlli in linea e in laboratorio. Anche per gli Omogenizzati il successo fu rapido.
Lo Stabilimento di Via Cadolini divenne per la prima volta in Italia la cucina industriale del bambino. La mamma rimaneva concettualmente una protagonista. Questo legame tra Plasmon, mamma e pediatra è rimasto sempre vivo ed è così tuttora. La struttura Plasmon di un tempo ancora oggi è costituita da un centro ricerche di alta professionalità tecnica e scientifica e da laboratori di controllo efficienti, in grado di dare la massima garanzia al prodotto.
La Heinz dopo gli omogeneizzati inserì in una nuova ala dello stabilimento una linea per produzione di pappe di verdure disidratate. Il mercato non era pronto e la produzione non fu continuativa. Furono introdotti più avanti anche i succhi di frutta.
Plasmon si stava affermando sempre di più.Iniziò anche l’era delle acquisizioni a partire da DietErba che diede inizio ad una grande evoluzione nel settore dei latti generando un’intera famiglia in grado di sostituire il latte materno fino ai latti per lo svezzamento. Da considerare che nell’area di Via Cadolini oltre le produzioni indicate erano installati una centrale termica, i laboratori di controllo e di ricerca e, ad un piano superiore che dava sulla stessa via, tutto il settore amministrativo, commerciale e di marketing che più avanti migrò in Via Garibaldi, prima del trasferimento definitivo nell’area attuale dalle parti di Via Ripamonti.
Tutto il settore produttivo fu, invece, portato a Latina nei pressi di Roma, oltre ad altri siti produttivi dislocati in altre aree del paese.
Ora l’area della ex Plasmon è abbandonata ed è in degrado, come ha scritto Federica Giordani nel numero di dicembre su ”Quattro”. Il progetto di una Immobiliare prevede la riconversione del complesso, da destinare ad abitazioni civili e locali commerciali. Non ne sappiamo molto di più al momento, ma contiamo di informarci meglio.
Giuseppe Bastetti
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