Noir in zona quattro. Intervista ad Andrea Ferrari

 

Con il freddo e la nebbia dell'inverno Milano si trasforma nello scenario più adatto per delle storie “nere”. Perciò, questo mese, l'Isola di Quattro ha incontrato per voi Andrea Ferrari, 31 anni,laureato in lingue, responsabile del centro ricreativo per anziani “Polo Ferrara” ma, soprattutto, giovane scrittore con all'attivo due romanzi pubblicati dalla casa editrice milanese Eclissi, per l'esattezza due “noir” ambientati proprio a Milano e, in alcuni tratti anche in zona 4. Andrea con grande entusiasmo e simpatia ci ha raccontato il suo percorso per arrivare alla pubblicazione dei suoi romanzi e anche qualche curiosità sul mondo del noir milanese e dei suoi protagonisti. Alzatevi il bavero del cappotto, infilate i guanti e seguite con noile avventure di questo nuovo detective tutto milanese. Buona lettura! Federica Giordani

L’intervista

Amore per i libri, un lavoro a contatto con le persone e un detective: come concili aspetti così diversi della tua vita?

Figuratevi che prima di iniziare l’università, odiavo la lettura, ma poi ho dovuto leggere una caterva di libri e mi sono appassionato al genere noir… non so quanti ne ho divorati, fino al punto in cui mi sono detto “posso scriverne uno anch’io” ed è nato il detective privato Brandelli. Se la mia formazione ha inciso sulla mia passione, il mio lavoro ha influenzato i vissuti e gli episodi che nei miei romanzi fanno da sfondo alla vicenda principale.

Come sei arrivato a pubblicare due romanzi?
Ho inviato i manoscritti a piccole case editrici milanesi, sottolineo piccole perché per essere pubblicato dalle grandi avrei dovuto essere “amico di qualcuno” o un genio… Dopo di che sono stato contattato della casa editrice Eclissi che ha investito su di me. Questo è fondamentale perché oltre ad avere un occhio critico sul tuo lavoro, sei anche seguito nell’opera di promozione.

Perché la scelta del genere noir?
Ho scelto il noir perché è un genere che dà molta libertà d’azione, è il contenitore ideale, presuppone di avere una città, un detective, degli eventi, lascia spazio all’analisi sociale e al racconto delle sfumature più cupe della vita. Il tutto narrato usando un registro a tratti violento.
Credo che alla gente piaccia perché ha voglia di cose sordide, di sporcarsi le mani e poi tornare alla vita di sempre, casa-lavoro, semplicemente chiudendo il libro.

Hai uno sguardo particolare sulla vita a Milano, racconti della periferia di Corvetto e non solo…
Io amo Milano, non riesco a stare lontano da lei…appena torno da un viaggio prendo la bici, faccio un giro per guardarmela, dopo tre giorni lontano mi viene il magone, mi manca. Ho un’idea particolare: la vita delle persone parte dalla periferia, si sporca in centro, tanto bello quanto corruttivo, e torna in periferia. Nel secondo romanzo descrivo l’ortomercato e la periferia che conosco meglio, non in modo edulcorato, ma per quello che vedo. Volevo dare voce alla città, fregandomene di essere obiettivo.

Come nasce Brandelli all’interno di questo quadro milanese da te descritto?
Brandelli è lo stereotipo del milanese, come tutti noi si lamenta di ciò che in realtà vuole, ma l’ho creato ribaltando la figura del detective tipo. E’ un mediocre, niente vizi, nessun caso alla CSI, prende distanze da quello che lui stesso dice, è vecchio dentro, è solo, non riesce a lasciare la città che per lui è madre, amante, la donna facile per eccellenza, insomma tutto. Brandelli piace perché è come noi.

Non ami definirti scrittore, tuttavia possiamo dire che occupi un posto nel panorama milanese della letteratura di genere, insieme ad altri come Biondillo, Colaprico e Terzieri…
Possiamo definirci la seconda generazione di scrittori noir. Rientriamo in un solco tracciato da grandi come Scerbanenco e Chandler, loro hanno creato questo tipo di narrazione e il personaggio del detective, noi ora stiamo trasformando il genere in letteratura vera e propria.
Molti di noi collaborano con “Milanonera”, (n.d.r. testata che recensisce romanzi noir), periodicamente ci ritroviamo per distribuirci i libri e per scambiarci opinioni.

Domanda di rito. Consigli per gli aspiranti scrittori?
Leggere molto e di ogni genere perché è importante avere un buon background anche solo per saper creare “la chiacchiera” più semplice. Evitare di cedere alle sirene di chi chiede contributi per la pubblicazione e in cambio non dà l’assistenza necessaria per trasformare un manoscritto in libro, questo è un lavoro che solo le case editrici vere, anche se piccole, possono fare.

(intervista a cura della Redazione giovani)

Brandelli meneghini

“Tu, a uno come Ugo Piazza, non lo devi neanche guardare!”. Chi non ricorda la celebre battuta di “Milano Calibro 9”, il poliziesco forse più conosciuto e citato tra le pellicole degli anni ’70 di Di Leo? I personaggi dei quei film sono ormai entrati nell’immaginario comune delineando persone e luoghi di una inquieta Milano descritta con estrema lucidità nei racconti di Scerbanenco.
Trent’anni più tardi il detective privato Andrea Brandelli, debitore di questo background storico-culturale che discende dal Marlowe di Chandler, indossa i panni, ops il soprabito, del nuovo indagatore del mistero in “Milano A. Brandelli” e “Bravo Brandelli”. Deciso a gettare un po’ di luce sul lato oscuro di una città che appare in triplice veste di madre-amante-nemica, il protagonista è una sorta di alter ego dell’autore Andrea Ferrari.


La storia noir - ambientata in diverse zone di Milano tra cui Loreto, Cuoco, Lombroso - stravolge lo stereotipo dell’antieroe raccontando di un personaggio che non beve alcool, non si droga, non fuma e che è anche un po’ sfigato con le donne, ma che si lascia inevitabilmente contagiare dalle ossessioni dei suoi concittadini. Insicuro ma intelligente, introverso quanto sarcastico, Brandelli si trova alle prese con un’umanità bisognosa di risposte, insicura e spesso imprigionata in una realtà ovattata generata dal tentativo di celare i lati scomodi di un’amata/odiata metropoli.
Le storie dei suoi clienti, dove nessuno è quello che pare (il dottor Arcadio, la ballerina Marilena Cerri) sono intrise di riflessioni sociali che non mancano di approfondire problematiche latenti di una città in continuo mutamento. Una parte del romanzo “Bravo Brandelli” è ambientato proprio all’Ortomercato di Milano, teatro di traffici illeciti e di uno incontrastato sfruttamento dell’immigrazione. Carenze di un’adeguata politica locale a parte, il nostro detective – sappiatelo - non è l’uomo delle risposte ma un osservatore attento che descrive ciò che vive con invidiabile onestà.
Per chi vorrebbe fuggire da Milano ma in fondo in fondo sa che non potrebbe privarsene.
Chiara Orlandi