Basta dare una spinta un po' più forte e la porta di ferro gialla, arrugginita, si apre. Il cortiletto è pieno di erbacce alte, ci sono alcune lamiere per terra accanto al muro scrostato dall'umidità, e poi una fossa: dentro c'è la testiera scura di un letto marrone, dei sacchetti con dei vestiti e poi cocci di bottiglia, immondizia, resti di cibo. Siamo in via Cadolini all'altezza del civico 20, e quella che stiamo per visitare è la sede della ex Plasmon, poi sede della società Finmatica e, infine, oggi, luogo abbandonato e rifugio di senza tetto e rom. E il tutto, in attesa, da anni, di riqualificazione.
Basta saltare un muretto dal quale è stata divelta a forza la recinzione metallica per accedere alla ex fabbrica: ci si sorprende delle dimensioni, soprattutto. Il complesso è grandissimo, costituito da molti edifici dalle pareti rosso scuro; i vialetti e i cortili sono deserti, c'è molto silenzio e tanto degrado.

I palazzoni che prima ospitavano gli uffici della Plasmon sono aperti, dai soffitti pendono fili elettrici, pannelli, neon fuori uso. C'è ancora qualche scrivania, qualche sedia sbilenca, ad una delle pareti è attaccato un vecchio telefono a disco e sopra, con il pennarello c'è scritto a mano il numero d'emergenza, 113.
Si salgono le scale dei quattro piani di uno degli edifici: alcune finestre sono rotte, i vetri infranti. C'è una porta aperta, sul vetro c'è scritto “magazzino” e dentro una serie di altissimi scaffali ospitano i resti della passata attività della fabbrica: bottigliette di succo di frutta e alcune decine di vasetti di omogeneizzati. Sono rimasti lì insieme ad un cassetto di legno gettato a terra e pieno di timbri che ormai non servono più.
I corridoi sono in parte allagati, è piovuto tanto, e l'acqua entra dalle finestre sfondate, e dai tetti bucati. E questo perché le grondaie e alcuni rivestimenti sono di rame e il rame è una merce preziosa, soprattutto per chi la deve fondere per rivenderla. Smantellata, pezzo per pezzo, la ex Plasmon ora è diventata non solo un ottimo serbatoio di materiali, ma anche un rifugio. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre scorso è stato trovato qui un ragazzo romeno di 21 anni mentre tagliava in piccole barrette circa 200 chilogrammi di rame. I carabinieri lo hanno arrestato mentre caricava la merce sul camioncino fuori dalla fabbrica.
Mentre si sale verso gli ultimi piani si sente odore di bruciato e alcuni passi: c'è qualcuno qui dentro, come i vestiti lasciati ad asciugare all'ingresso lasciavano presagire. Nel grande cortile ancora vecchi monitor di computer buttati a terra, un mucchio di rifiuti: tra alcuni pezzi di giocattoli per bambini c'è una borsa, forse quello che rimane di una rapina. Tra le foglie morte autunnali ci sono anche un paio di scarpette per bambini, chissà come ci sono arrivate qui dentro.
Ma cosa ne sarà di questa fabbrica? Farà la stessa fine dell'ex scalo romana dove, dopo la demolizione, pare che nuovamente siano tornati a vivere i senza tetto, oppure verrà riqualificata? Ciò che sappiamo è che ora l'area è in gestione ad una società dal nome straniero che dovrebbe realizzare residenze di pregio e uffici. Ma nel frattempo l'area è lì, abbandonata a se stessa, un altro non-luogo della Milano che non si vede, ma c'è, ed è accanto a noi.
Federica Giordani
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