La Cina non è vicina: è qui

 

Marco Bellocchio nel 1967 diresse, dopo “I pugni in tasca”, il suo secondofilm di cuipochi ricordano la trama ma che anticipò i fermenti deglianni settanta e il cui titolo divenne da alloraun sinonimo di minaccia o di auspicio a seconda della visione politica del tempo, “La Cina è vicina” appunto.
Molti anni sono passati, ci sono stati cambiamenti strutturali sia politici che sociali che hanno trasformatoconfini, prospettive e mercati ma … dopo quaranta annila Cina, ora, è qui.

Non voglio entrare in merito ai grandi problemi della globalizzazione e neppure in quello dei falsi, che hanno ormai una quota di mercato superiore a quella dei prodotti originali, ma piuttosto sul lento cammino in atto, assolutamente lecito, per l’occupazione pacifica del nostro territorio commerciale, da parte dei cinesi, figli all’estero della seconda potenza mondiale.
Ogni mese, infatti, in zona 4 uno, due, cinque, botteghe cambiano di proprietà e passano dal signorRossi al signor Yang ma senza cambiamenti traumatici, quietamente . Tutto rimane come prima: i colori, i banconi, i cornetti industriali e le bottiglie di Fernet, le sedie di formica grigiae il microonde incrostato di marmellata, con l’aggiunta, qualche volta, di un piccolo drago semovente, qualche frangia dorata e un calendario con le vedute di Shangai.

Cambia, però, lo spirito del luogo: c’è la difficoltà iniziale di capirsi e di scambiarsi ricordi comuni. Forse l’incomprensione porta a sorridersi di più ma solo per coprire il disagio.
Questo cambiamento in atto si nota in particolare nella zona che va dal Corvetto verso Porta Romana.
E non sono tanto i ristoranti che colpiscono, come quello in Viale Umbria in cui si propone un interessante menu siciliano, gestito, servito e, immagino, anche cucinato da una famiglia cinese, quanto i servizi pubblici tradizionali come le edicole, i bar, le lavanderie, le officine che con grande discrezione cambiano proprietà ma, non sempre, l’insegna.
E poi c’è il boom dei parrucchieri: catene di montaggio per permanenti, taglio e colore. Niente chiacchiere, niente prenotazione ma velocità e prezzi anni novanta.

La zona dal Corvetto a Porta Romana è sempre stata dall’inizio del ‘900 il luogo stanziale preferito perchi veniva a Milano dalla campagna lodigiana, piacentina e pavesea cercare lavoro.
Entrati nella grande città, loro che venivano dal sud agricolo non si addentravano troppo nella metropoli, ma preferivano restare qui, con un piede a sud, dove, un domani, sarebbe stato più facile ritornare.
E qui, in corso Lodi, Porta Romana, Viale Umbria, Piazzale Martini costruivano la loro vita, aprivano piccoli negozi di frutta e verdura, di formaggi, di granaglie, di carbone.
Ma poi sono arrivati, oltre ai supermercati, alla vecchiaia e alla paura delle rapine, i cinesi con i danèe, che comprano.

Ora è curioso chiedere il Corriere della Sera, Libero o il Manifesto ad una signora cinese gentilissimama per la quale la ristampa del ricettario ”Il cucchiaio d’argento” di Lisa Biondi o la cassetta di “Giovannona coscia lunga” è qualcosa che, sia foneticamente che concettualmente, non rientra nelle sue conoscenze.
E bisogna anche rinunciare a quelle elucubrazioni, già difficili per un barista italiano, di “un caffè doppio ristretto in tazza grande fredda”.
O al “vorrei un orlo a giorno fatto a mano con ribattitura”.

Fra l’altro, proprio in via Benaco, c’è la sede del Consolato Generale Cinese che ha la responsabilità di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna e che è spesso teatro di manifestazioni politiche di dissidenti, in particolare tibetani, che illustrano le loro proteste ricorrendo a tazebao con scritte sia in cinese che in italiano, con foto molto realistiche. Alcuni, dai bellissimi volti antichi, siedono accanto ai cartelli, in silenzio, nella caratteristica posizione del loto, pregando.

Forse è proprio la presenza del consolato, con le lunghe code per l’ottenimento di permessi, informazioni, documenti,che ha provocato questo aumento di interesse dei cinesi per la nostra zona.
E’ un mondo lontano che si presenta nel nostro quartiere e che non ha niente a che vedere con il frenetico andare e venire della chinatown di via Paolo Sarpi.
Qui in zona 4, come del resto in tutta la città, è in atto una rivoluzione pacifica che rappresenta bene il mondo del futuro dal quale è inutile e anche pericoloso pensare di poter restare fuori.
E allora andiamo a prendere il giornale, a bere il caffè, a farci l’orlo ai pantaloni da chi ormai lo fa per noi, la prossima generazione parlerà un linguaggio comune, mischiando i ricordi della Fabbrica del Duomo con quella della costruzione della Grande Muraglia.

Francesco Tosi