Questo mese vi presentiamo il primo romanzo di Biagio Autieri, “L’insolita Rumba”edito da Isbn, una piccola casa editrice Milanese. Biagio è un educatore di strada che ha deciso di utilizzare la sua esperienza per scrivere un romanzo in cui raccontare le voci dei ragazzi delle periferia di Milano ed in particolare quelli della zona 4. Dopo aver collaborato con il settimanale “Diario” con alcune inchieste sul mondo giovanile, Biagio ha lavorato in zona all’interno di un progetto, partito nel 2001 e conclusosi questa estate, con il gruppo Comunità Progetto composto da operatori provenienti da ambiti formativi diversi che si confrontano quotidianamente con il disagio e la sofferenza. Quello che vi proponiamo nell’Isola questo mese è un incontro che non solo permette di avvicinarsi ad una realtà della quale sappiamo pochissimo, a volte, anche frenati dal pregiudizio, ma che soprattutto ci ha confermato quanto l’amore per la scrittura possa diventare veicolo di informazione, integrazione e progresso sociale. Buona lettura. Fe. Gi
Il tuo romanzo d’esordio, “L’insolita rumba”, è frutto delle tue esperienze come educatore di strada. Che rapportoc’è fra ciò che fai e ciò che hai raccontato?
Il mio racconto nasce dall’incontro informale di un adulto con i giovani di zona 4, in particolare con i residenti nel quartiere Corvetto. I personaggi del romanzo sono certamente ispirati a loro. Avevo un canovaccio in testa, che poi ha preso forma. E’ importante per un educatore sociale scrivere, io l’ho sempre fatto.
In che modo la scrittura ti ha aiutato nel tuo lavoro?
La scrittura è un sostegno sia per noi operatori sia per le persona che aiutiamo.
Da una parte ti permette di rielaborare la tua esperienza cogliendo aspetti che sul momento non avevi colto. Scrivere guida il pensiero, “scribo ergo sum”, “scrivo dunque sono”, è un po’ il mio motto. Un educatore deve tenere un diario di bordo, dove annotare gli avvenimenti e riflettervi. Ho sentito l’esigenza di fare di più, di raccontare una storia, e l’ho fatto.
Consiglio sempre alle persona con cui entro in contatto di scrivere un diario, in cui ricostruire la loro storia, la loro vita, la loro esperienza di emarginazione, per scoprire dove vogliono arrivare. Lo trovo fondamentale.
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Aiutate molto le nuove generazioni …
Sì, perché è importante che i giovani raggiungano la consapevolezza che criticare ciò che non va serve per cambiare le cose. Questi ragazzi usano il loro estro, le loro capacità e competenzeper creare nuove possibilità NEL quartiere. L’atteggiamento di chi cerca di sopravvivere per i fatti propri lasciandosi scorrere tutto addosso non porta a nulla.
Come operatori abbiamo un punto di vista privilegiato sui cambiamenti sociali in atto, effettivamente qualcosa si sta smuovendo.
I protagonisti dell'Insolita Rumba esistono davvero?
Sì e no. Nel senso che di ragazzi come Totò, Ciccio, Samire e Fredo ne ho conosciuti tanti durante il mio lavoro, quelli del romanzo sono una sorta di “condensato” di tutti i miei incontri. A dir la verità la storia del gruppo musicale ha anche un riferimento nella realtà. C'è un gruppo Hip hop a Corvetto, gli Mck, che un po’ assomigliano ai ragazzi del romanzo.Lavorare con i ragazzi ispira profondamente chi ama scrivere.
Ci racconticome lavora un educatore di strada?
Quando arrivo in un quartiere insieme al gruppo degli educatori, lo faccio sospendendo ogni giudizio. L’atteggiamento che tieni è importante: sgridare per ogni cosa è controproducente. E’giusto essere autorevoli, ma solo dopo aver trovato un posto tra di loro, dopo aver colto le dinamiche esistenti. Io cerco solo di aiutarli a prendere atto delle loro potenzialità, e del fatto che, perognuno di loro,esistono nuovi orizzonti oltre a quello in cui si sono trovati gettati.Educare, lo ripeto sempre, viene da Ex ducere,cioè Fare emergere.Oggi invece si tende per lo più a dare limiti, a imbrigliare. E’ fondamentale che tutto parta dalla persona, l’educatore è lì solo per facilitare il bisogno della presa di coscienza, è lì per far emergere risorse.
Ora la domanda di rito: consigli per gli aspiranti scrittori?
Io ho sempre scritto, fin da giovane, perché scrivere è sempre stata un’esigenza. La chiamo Febbre, quella cosa che ti prende e ti fa scrivere ovunque tu sia, nonostante le condizioni in cui ti trovi, quella cosa che non ti permette di alzarti dall’angolo scomodo dove ti trovi per raggiungere la scrivania …
Scrivere è un modo per stare meglio. Quando ho messo mano a “L’insolita rumba” era un periodo non molto felice della mia vita, eppure, quando scrivevo, stavo bene.
Per uno scrittore è importene rileggersi per scoprire se nel testo si sente quel certo ritmo, quello stile particolare che ti contraddistingue e che si forma solo con la continua pratica. Un’altra cosa fondamentale è evitare di parlare dei propri progetti. E’ terribile la facilità con cui le cose si dileguano e svaniscono. Ultimo consiglio, forse il più importante: essere innamorati della vita.
Biagio Autieri ha pubblicato racconti brevi e, oltre a dedicarsi al recupero dei ragazzi con Comunità Progetto, collabora con diverse riviste. Il testo che vi presentiamo è il suo primo romanzo, il racconto di una band musicale e dei suoi componenti alle prese con le difficoltà quotidiane nel tentativo di sfondare nel campo dello spettacolo.
Ma il libro è molto di più: le pagine de “L’insolita rumba” svelano il mondo della periferia nella “zona 4” e raccontano, attraverso le parole dei giovani protagonisti, il sogno di cambiare il corso delle proprie esistenze. La concretezza del disagio, spesso oggetto di pregiudizio e disinformazione, prende forma nella parole, a volte amare a volte dolci, di Autieri, educatore di strada che opera da 6 anni nella zona di Corvetto.
I personaggi di questo racconto neomelodico sono i ragazzi cresciuti in una periferia urbana, sì moderna ma allo stesso tempo inaspettatamente arretrata, che non offre grandi opportunità di realizzazione. Nonostante la grigia prospettiva del futuro, i giovani protagonisti sono pervasi da un’inarrestabile desiderio di riscatto che forse li condurrà più lontano delle loro aspettative. Forse. L’unica certezza è che le ingenuità tardo-adolescenziali non appartengono a coloro che hanno la consapevolezza della propria condizione.
Fredo, Ciccio, Samir e Totò, insieme alle amiche Michela e Vale, dimostrano una maturità insolita per la loro età e il loro stato sociale: conoscono i retroscena della malavita con cui finiscono per intrecciare rapporti, riflettono sui comportamenti dei genitori e a volte persino riescono a giustificarli. Colpisce che i protagonisti conoscano i propri limiti e in virtù di questi non si esimano, sorprendentemente, dal tentativo di superarli.
Chiara Orlandi
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